L'Orda - pag 2


G.A. Stella, L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano 2002.

INTRODUZIONE

Bel Paese, Brutta Gente. La rimozione di una storia di luci, ombre, vergogne.

La feccia del pianeta, questo eravamo. Meglio: così eravamo visti. Non potevamo mandare i figli alle scuole dei bianchi in Louisiana. Ci era vietato l'accesso alle sale d'aspetto di terza classe alla stazione di Basilea. Venivamo martellati da campagne di stampa indecenti contro "questa maledetta razza di assassini". Cercavamo casa schiacciati dalla fama d'essere "sporchi come maiali". Dovevamo tenere nascosti i bambini come Anna Frank perché non ci era permesso portarceli dietro. Eravamo emarginati dai preti dei paesi d'adozione come cattolici primitivi e un po' pagani. Ci appendevano alle forche nei pubblici linciaggi perché facevamo i crumiri o semplicemente perché eravamo "tutti siciliani".

"Bel paese, brutta gente." Ce lo siamo tirati dietro per un pezzo, questo modo di dire diffuso in tutta l'Europa e scelto dallo scrittore Claus Gatterer come titolo di un romanzo in cui racconta la diffidenza e l'ostilità dei sud-tirolesi verso gli italiani. Oggi raccontiamo a noi stessi, con patriottica ipocrisia, che eravamo "poveri ma belli", che i nostri nonni erano molto diversi dai curdi o dai cingalesi che sbarcano sulle nostre coste, che ci insediavamo senza creare problemi, che nei paesi di immigrazione eravamo ben accolti o ci guadagnavamo comunque subito la stima, il rispetto, l'affetto delle popolazioni locali. Ma non è così.

Certo, la nostra storia collettiva di emigranti -cominciata in tempi lontani se è vero che un proverbio del '400 dice che "passeri e fiorentini son per tutto il mondo", che Vasco da Gama incontrava veneziani in quasi tutti i porti dell'India e che Giovanni da Montecorvino trovò nel 1333 un medico milanese a Pechino- è nel complesso positiva. Molto positiva. Basti pensare, per parlare dei soli Stati Uniti, a Filippo Mazzei, che arrivò lì nella seconda metà del Settecento e fu tra gli ispiratori, con la frase "tutti gli uomini sono per natura liberi e indipendenti", della Dichiarazione d'Indipendenza stesa dal suo amico Thomas Jefferson. A Edoardo Ferraro, che durante la guerra civile fu l'unico generale a comandare una divisione composta totalmente da neri liberati. A padre Carlo Mazzucchelli, che nel 1833 predicava tra i pellerossa e per primo mise per iscritto, con un libro di preghiere, la lingua sioux. A Lorenzo Da Ponte, che dopo aver scritto per Mozart i libretti delle "Nozze di Figaro", del "Don Giovanni" e di "Così fan tutte" e aver fatto mille altri mestieri, finì a New York dove nel 1819, già vecchio, fondò la cattedra di letteratura italiana al Columbia College, destinato a diventare la Columbia University.

In 27 milioni se ne andarono, nel secolo del grande esodo dal 1876 al 1976. E tantissimi fecero davvero fortuna. Come Amedeo Obici, che partì da Le Flavre a undici anni e sgobbando come un matto diventò il re delle noccioline americane: "Mister Peanuts". O Giovanni Giol, che dopo aver fatto un sacco di soldi col vino in Argentina rientrò e comprò chilometri di buona terra nel Veneto dando all'immensa azienda agricola il nome di "Mendoza". O Geremia Lunardelli che, come racconta Ulderico Bernardi in "Addio Patria", arrivò in Brasile senza una lira e finì per affermarsi in pochi anni come il re dei caffè carioca, quindi mondiale. O ancora Fiorello La Guardia, che dopo essersi fatto la scorza dura in Arizona (ricordò per tutta la vita l'insulto di un razzista che deridendo gli ambulanti italiani che giravano con l'organetto gli aveva gridato: "Ehi, Fiorello, dov'è la scimmia?") diventò il più popolare dei sindaci di New York.

Quelli sì, li ricordiamo. Quelli che ci hanno dato lustro, che ci hanno inorgoglito, che grazie alla serenità guadagnata col raggiungimento dei benessere non ci hanno fatto pesare l'ottuso e indecente silenzio dal quale sono sempre stati accompagnati. Gli altri no. Quelli che non ce l'hanno fatta e sopravvivono oggi tra mille difficoltà nelle periferie di San Paolo, Buenos Aires, New York o Melbourne fatichiamo a ricordarli. Abbiamo perduto 27 milioni di padri e di fratelli eppure quasi non ne trovi traccia nei libri di scuola. Erano partiti, fine. Erano la testimonianza di una storica sconfitta, fine. Erano una piaga da nascondere, fine. Soprattutto nell'Italia della retorica risorgimentale, savoiarda e fascista.

Un esempio per tutti, il titolo del 27 ottobre 1927 del "Corriere della Sera" sull'affondamento a 90 miglia da Rio de Janeiro di quella che era stata la nave ammiraglia della nostra flotta mercantile, colata a picco col suo carico di poveretti diretti in Sud America. Tre colonne (su nove!) di spalla: "Il "Principessa Mafalda" naufragato al largo del Brasile. Sette navi accorse all'appello -1200 salvati Poche decine le vittime". Erano 314, i morti. Ma il numero finì tre giorni dopo in un titolino in neretto corpo 7. A una colonna. E il commento del giornale, che invece di pubblicare il nome delle vittime metteva quello rassicurante dei sopravvissuti(!) tra i quali c'era il futuro "papà" del pandoro Ruggero Bauli, era tutto intonato al maschio eroismo del comandante Simone Gulì, che si era inabissato con la sua nave: "Onore navale".

Se ne fotteva, l'Italia, di quei suoi figli di terza classe. Basta estrarre dai cassetti i rapporti consolari, che avevano come unica preoccupazione la brutta figura che ci facevano fare i nostri nonni, i nostri padri, le nostre sorelle perché mendicavano o erano sporchi o facevano chiasso o andavano alla deriva verso i lupanari e la delinquenza. Ricordare il tira e molla interminabile, e concluso solo pochi anni fa, della legge per il voto agli emigrati. Sfogliare le lettere amarissime raccolte in "Merica! Merica!" da Emilio Franzina, come quella di Francesco Sartori: "Non posso mangiare il pane che è duro come un pezzo di ferro e non si bagna. Sono 14 giorni che siamo in Marsiglia: 4 giorni siamo vissuti a nostre spese, 4 giorni ci han passato un franco al giorno. Sono 6 giorni che ci fanno le spese a bordo che vuol dire sul bastimento. Io di questi ho mangiato tre giorni perché non ho denari da mangiare fuori. Si mangia da bestie". O rileggere il reportage "Sull'Oceano" e le poesie di Edmondo De Amicis: "Ammonticchiati là come giumenti / sulla gelida prua mossa dai venti / migrano a terre ignote e lontane / laceri e macilenti / varcano i mari per cercar del pane. / Traditi da un mercante menzognero / vanno, oggetto di scherno, allo straniero / bestie da soma, dispregiati iloti / carne da cimitero / vanno a campar d'angoscia in lidi ignoti".

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