L'Orda - pag 3

Di tutta la storia della nostra emigrazione abbiamo tenuto solo qualche pezzo. La straordinaria dimostrazione di forza, di bravura e di resistenza dei nostri contadini in Brasile o in Argentina. Le curiosità di città come Nova Milano o Nova Trento, sparse qua e là ma soprattutto negli Usa dove si contano due Napoli, quattro Venezia e Palermo, cinque Roma. Le lacrime per i minatori mandati in Belgio in cambio di 200 chili l'uno di carbone al giorno e morti in tragedie come quella di Marcinelle. I successi di manager alla Lee Jacocca, di politici alla Mario Cuomo, di uno stuolo di attori da Rodolfo Valentino a Robert de Niro, da Ann Bancroft (all'anagrafe Anna Maria Italiano) a Leonardo Di Caprio. La generosità delle rimesse dei veneti e dei friulani che hanno dato il via al miracolo del Nordest. La stima conquistata alla Volkswagen dai capireparto siciliani o calabresi. E su questi pezzi di storia abbiamo costruito l'idea che noi eravamo diversi. Di più: eravamo migliori. Non è così.

Non c'è stereotipo rinfacciato agli immigrati di oggi che non sia già stato rinfacciato, un secolo o solo pochi anni fa, a noi. "Loro" sono clandestini? Lo siamo stati anche noi: a milioni, tanto che i consolati ci raccomandavano di pattugliare meglio i valichi alpini e le coste non per gli arrivi ma per le partenze. "Loro" si accalcano in osceni tuguri in condizioni igieniche rivoltanti? L'abbiamo fatto anche noi, al punto che a New York il prete irlandese Bernard Lynch teorizzava che "gli italiani riescono a stare in uno spazio minore di qualsiasi altro popolo, se si eccettuano, forse, i cinesi". "Loro" vendono le donne? Ce le siamo vendute anche noi, perfino ai bordelli di Porto Said o del Maghreb. Sfruttano i bambini? Noi abbiamo trafficato per decenni coi nostri, cedendoli agli sfruttatori più infami o mettendoli all'asta nei mercati d'oltralpe. Rubano il lavoro ai nostri disoccupati? Noi siamo stati massacrati, con l'accusa di rubare il lavoro agli altri. Importano criminalità? Noi ne abbiamo esportata dappertutto.

Fanno troppi figli rispetto alla media italiana mettendo a rischio i nostri equilibri demografici? Noi spaventavamo allo stesso modo gli altri. Basti leggere i reportage sugli Usa della giornalista Amy Bernardy, i libri sull'Australia di Tito Cecilia o "Brasile per sempre" di Francesca Massarotto. La quale racconta che i nostri emigrati facevano in media 8,25 figli a coppia ma che nel Rio Grande do Sul "ne mettevano al mondo fino a 10, 12 e anche 15 così com'era nelle campagne del Veneto, del Friuli e del Trentino".

Perfino l'accusa più nuova dopo l'11 settembre, cioè che tra gli immigrati ci sono "un sacco di terroristi", è per noi vecchissima: a seminare il terrore nel mondo, per un paio di decenni, furono i nostri anarchici. Come Mario Buda, un fanatico romagnolo che si faceva chiamare Mike Boda e che il 16 settembre 1920 fece saltare per aria Wall Street fermando il respiro di New York ottant'anni prima di Osama Bin Laden.

Mancava poco a mezzogiorno, la strada davanti allo Stock Exchange, la borsa newyorkese, era piena di gente. Si arrestò un carretto tirato da un cavallo. L'uomo legò le redini a un paio davanti alla banca Morgan & Stanley che nel 2001 sarebbe stata nuovamente colpita dall'attacco alle Torri Gemelle, si sistemò il cappello e s'allontanò senza mostrare fretta. Pochi minuti e Wall Street fu squassata da un'esplosione spaventosa. Quando la polvere si posò e vennero finalmente spenti gli incendi che avevano aggredito tutti gli edifici intorno, furono contati 33 morti, oltre 200 feriti e danni per due milioni di dollari dell'epoca. Il più sanguinoso attentato di tutti i tempi, e lo sarebbe rimasto fino alla strage di Oklahoma City, nella storia degli Stati Uniti.

Rientrato in Italia subito dopo la strage, arrestato e mandato al confino a Lipari, ha raccontato Chiara Milanesi su "Diario", Mario Buda negò fino alla morte di essere stato lui l'uomo "dal forte accento italiano" che aveva lasciato lì quel carretto carico di dinamite. Come negò che fosse italiana la "firma" di tutte le bombe (decine: la più devastante nella sede della polizia di Milwaukee, 10 agenti uccisi) fatte scoppiare in quella violenta stagione americana. Bombe piazzate prima come "risposta preventiva" alle leggi restrizionistiche che stavano per essere varate contro gli stranieri e in particolare le "teste calde", poi come protesta contro il processo a Sacco e Vanzetti. Gli americani al contrario, come dimostra la didascalia alla foto del romagnolo ("Mario Buda, l'uomo che fece saltare Wall Street") esposta alla mostra dei 1999 "The Italians of New York", non hanno mai avuto dubbi: ad accendere le micce furono gli anarchici italiani.

E in questa doppia versione dei fatti può essere riassunta tutta la storia dell'emigrazione italiana. Una storia carica di verità e di bugie. In cui non sempre puoi dire chi avesse ragione e chi torto.

Eravamo sporchi? Certo, ma furono infami molti ritratti dipinti su di noi. Era vergognoso accusarci di essere tutti mafiosi? Certo, ma non possiamo negare d'avere importato noi negli States la mafia e la camorra. La verità è fatta di più facce. Sfumature. Ambiguità. E se andiamo a ricostruire l'altra metà della nostra storia, si vedrà che l'unica vera e sostanziale differenza tra "noi" allora e gli immigrati in Italia oggi è quasi sempre lo stacco temporale. Noi abbiamo vissuto l'esperienza prima, loro dopo. Punto.

Detto questo, per carità: alla larga dal buonismo, dall'apertura totale delle frontiere, dall'esaltazione scriteriata del "melting pot", dal rispetto politicamente corretto ma a volte suicida di tutte le culture. Ma alla larga più ancora dal razzismo. Dal fetore insopportabile di xenofobia che monta, monta, monta in una società che ha rimosso una parte del suo passato. Certo, un paese è di chi lo abita, lo ha costruito, lo ha modellato su misura della sua storia, dei suoi costumi, delle sue convinzioni politiche e religiose. Di più: ogni popolo ha il diritto, in linea di principio ed entro certi limiti, di essere padrone in casa propria. E dunque di decidere, per mantenere l'equilibrio a suo parere corretto, se far entrare nuovi ospiti e quanti. Di più ancora: in nome di questo equilibrio e di valori condivisi (la democrazia, il rispetto della donna, la laicità dello stato, l'uguaglianza di tutti gli uomini... ) può arrivare perfino a decidere una politica delle quote che privilegi (laicamente) questa o quella componente. In un mondo di diffusa illegalità come il nostro, possono essere invocate anche le impronte digitali, i registri degli arrivi, la sorveglianza assidua delle minoranze a rischio, l'espulsione dei delinquenti, la mano pesante con chi sbaglia.

La xenofobia, però, è un'altra cosa. "Ma perché questa parola deve avere un significato negativo?", ha sbuffato testualmente Silvio Berlusconi a "Porta a Porta" nel maggio 2002. Gli risponde il vocabolario "Treccani" "Xenofobia: sentimento di avversione per gli stranieri e per ciò che è straniero, che si manifesta in atteggiamenti razzistici e azioni di insofferenza e ostilità verso le usanze, la cultura e gli abitanti stessi di altri paesi". Più sbrigativo ancora il significato di xenofobo: "Chi nutre odio o avversione indiscriminata verso tutti gli stranieri".

Nessuna confusione. Una cosa è la legittima scelta di un paese di mantenere la propria dimensione, le proprie regole, i propri equilibri, un'altra giocare sporco sui sentimenti sporchi dicendo come Umberto Bossi che "nei prossimi dieci anni porteranno in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta". Una cosa è sbattere fuori quei musulmani che puntano al rovesciamento violento della nostra società, un'altra spargere piscio di maiale sui terreni dove dovrebbe sorgere una moschea. Una cosa irrigidire i controlli sugli albanesi che ormai rappresentano un detenuto su tre fra gli stranieri rinchiusi nelle carceri italiane, un altro dire che tutti gli albanesi sono ladri o papponi.

Vale per tutti, dall'Australia alla Patagonia. Ma più ancora, dopo decenni di violenze e stereotipi visti dall'altra parte, dovrebbe valere per noi. Che dovremmo ricordare sempre come l'arrivo dei nostri emigrati coi loro fagotti e le donne e i bambini venisse accolto dai razzisti locali: con lo stesso urlo che oggi campeggia sui nostri muri. Lo stesso urlo, la stessa parola. Quella che prende alla pancia rievocando i secoli bui, la grande paura, i barbari, Attila, gli Unni con la carne macerata sotto la sella: l'orda.


DOMANDE

- Qual è la tesi di fondo dell'autore?
- A quale altra tesi si oppone?
- Quali argomenti vengono sostenuti dall'autore a sostegno della sua tesi?
- Quale persona verbale viene utilizzata dall'autore nell'esporre le sue argomentazioni? E' la stessa persona verbale usata nelle argomentazioni degli avversari? Perchè?

 

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