Il Nome della Rosa

Il nome della rosa, Jean-Jacques Annaud, 1986.

Il nome della rosa è tratto dal primo romanzo scritto da Umberto Eco, edito per la prima volta nel 1980. Dopo aver scritto moltissimi saggi, Eco decide di scrivere il suo primo romanzo, dopo alcuni anni di meticolosa preparazione, cimentandosi in un genere abbastanza difficile come il giallo, in particolare con il sottogenere deduttivo.

È la fine di novembre del 1327. Guglielmo e Adso si recano in un monastero benedettino di regola cluniacense sperduto sui monti dell'Italia settentrionale (presumibilmente: l'Appennino ligure). Questo monastero sarà sede di un delicato convegno che vedrà protagonisti i francescani - sostenitori delle tesi pauperistiche e alleati dell'imperatore Ludovico - e i loro nemici della curia papale, insediata a quei tempi ad Avignone. Guglielmo è un francescano e inquisitore "pentito". Insieme con il suo discepolo Adso (un novizio benedettino) è stato incaricato dall'imperatore di partecipare al congresso quale sostenitore delle tesi pauperistiche. L'abate del monastero è preoccupato che l'inspiegabile morte di un confratello durante una bufera di neve possa far saltare i lavori del convegno e far ricadere la colpa su di lui. Confida nelle capacità inquisitorie di Guglielmo affinché faccia luce sul tragico omicidio, cui i monaci - tra l'altro - attribuiscono misteriose cause soprannaturali. Nel monastero circolano infatti numerose credenze circa la venuta dell'Anticristo. Altre morti violente si susseguono e sembrano tutte ruotare attorno alla biblioteca, vanto del monastero, costruita come un intricato labirinto e a cui hanno accesso solo il bibliotecario e il suo aiutante.

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Il mistero avvolge anche un manoscritto greco. La situazione è complicata dall'arrivo dell'inquisitore Bernardo Gui e dalla scoperta di due eretici della setta dei dolciniani, profughi presso l'ordine dei benedettini. In un'atmosfera inquietante, alternando lunghe digressioni storico-filosofiche, ragionamenti investigatori e avvincenti scene d'azione, Guglielmo e Adso si avvicinano alla verità penetrando nel labirinto della biblioteca e scoprendo il luogo dove è custodito il manoscritto fatale (l'ultima copia rimasta del secondo libro della Poetica di Aristotele), che tratta della commedia e del riso. Alla fine, l'assassino (il vecchio Jorge) divora le pagine avvelenate del testo in modo che più nessuno possa leggerle. Nel tentativo di fermarlo, Guglielmo e Adso generano un incendio che nessuno riuscirà a fermare e che divorerà l’intera abbazia.

Il punto centrale del romanzo sta nel fatto che se è possibile ridere di tutto - come affermato nella Poetica di Aristotele - è possibile ridere di Dio. Jorge è lucidissimo nel suo proposito di salvare l'umanità dalla pericolosa riscoperta del libro di Aristotele ("Possiamo ridere di Dio? Il mondo precipiterebbe nel caos"); egli ne intuisce il pericolo ed è lui a provocare la catena di omicidi per impedire la conoscenza del messaggio proibito. Ma proprio l'eccessivo amor di Dio e della sua verità lo porta a compiere un'opera diabolica.

Il titolo del romanzo (e del film) rimanda implicitamente ad alcuni dei temi centrali dell'opera: la frase 'stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus' ricorda che di tutte le cose alla fine non resta che un puro nome, un segno, un ricordo. Così è per la biblioteca e i suoi libri distrutti dal fuoco, ad esempio, e per tutto un mondo, quello conosciuto dal giovane Adso, destinato a scomparire nel tempo. Ma in realtà tutta la vicenda narrata è un continuo ricercare segni, "libri che parlano di altri libri".

Piani di lettura
Il romanzo di Eco presenta molteplici piani di lettura, che possono essere colti dal lettore a seconda della sua preparazione culturale. Pur presentandosi come un giallo, o come un romanzo storico ad una lettura superficiale, il libro è in realtà costruito attraverso una fitta rete di citazioni tratte da numerose altre opere letterarie (esemplare è in questo senso il sogno di Adso, brano costituito in una parte per collage da classici riferimenti alla storia della nascita della lingua volgare), dunque è, in un certo senso, un libro fatto di altri libri. È costante il riferimento linguistico e semiologico. È anche presente, appena sotto la superficie, una forte componente esoterica, e di fondo la storia può essere vista come una riflessione filosofica sul senso e sul valore della verità e della sua ricerca, da un punto di vista strettamente laico, tema del resto comune alle opere successive di Eco.

Nel piano di lettura storico presente nel romanzo, i personaggi e le forze che nella vicenda narrata si contrappongono rappresentano in realtà due epoche e due mentalità che in quel periodo storico si sono trovate a fronteggiarsi: da un lato il medioevo più antico, col suo fardello di dogmi, preconcetti e superstizioni, ma anche intriso di una profonda e mistica spiritualità, dall'altro lato il nuovo mondo che avanza, rappresentato da Guglielmo, con la sua sete di conoscenza, con la predisposizione a cercare una verità più certa e intelligibile attraverso la ricerca e l'indagine, anticipazione di un metodo scientifico che in Europa di lì a poco non tarderà ad affermarsi.

L'autore usa un espediente narrativo e così il romanzo scritto da Umberto Eco è in realtà una narrazione al quarto livello di incassamento, dentro ad altre tre narrazioni: Eco dice di raccontare ciò che ha trovato nel testo di Vallet, che a sua volta diceva che Mabillon ha detto che Adso disse... In questo senso Eco non fa che riproporre un artificio letterario tipico dei romanzi inglesi neogotici, e utilizzato anche da Alessandro Manzoni per I promessi sposi.

 

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