Le donne, i cavallier...

L. Ariosto, Orlando furioso, Canto I, 1-37.

 
    1 Le donne, i cavallier, l’arme, gli amori,
     le cortesie, l’audaci imprese io canto,
     che furo al tempo che passaro i Mori
     d’Africa il mare, e in Francia nocquer tanto,
     seguendo l’ire e i giovenil furori
     d’Agramante lor re, che si diè vanto
     di vendicar la morte di Troiano
     sopra re Carlo imperator romano.

    2 Dirò d’Orlando in un medesmo tratto
     cosa non detta in prosa mai, né in rima:
     che per amor venne in furore e matto,
     d’uom che sì saggio era stimato prima;
     se da colei che tal quasi m’ha fatto,
     che ’l poco ingegno ad or ad or mi lima,
     me ne sarà però tanto concesso,
     che mi basti a finir quanto ho promesso.

    3 Piacciavi, generosa Erculea prole,
     ornamento e splendor del secol nostro,
     Ippolito, aggradir questo che vuole
     e darvi sol può l’umil servo vostro.
     Quel ch’io vi debbo, posso di parole
     pagare in parte e d’opera d’inchiostro;
     né che poco io vi dia da imputar sono,
     che quanto io posso dar, tutto vi dono.

    4 Voi sentirete fra i più degni eroi,
     che nominar con laude m’apparecchio,
     ricordar quel Ruggier, che fu di voi
     e de’ vostri avi illustri il ceppo vecchio.
     L’alto valore e’ chiari gesti suoi
     vi farò udir, se voi mi date orecchio,
     e vostri alti pensier cedino un poco,
     sì che tra lor miei versi abbiano loco.

    5Orlando, che gran tempo innamorato
     fu de la bella Angelica, e per lei
     in India, in Media, in Tartaria lasciato
     avea infiniti ed immortal trofei,
     in Ponente con essa era tornato,
     dove sotto i gran monti Pirenei
     con la gente di Francia e de Lamagna
     re Carlo era attendato alla campagna,

    6 per far al re Marsilio e al re Agramante
     battersi ancor del folle ardir la guancia,
     d’aver condotto, l’un, d’Africa quante
     genti erano atte a portar spada e lancia;
     l’altro, d’aver spinta la Spagna inante
     a destruzion del bel regno di Francia.
     E così Orlando arrivò quivi a punto:
     ma tosto si pentì d’esservi giunto:

     7Che vi fu tolta la sua donna poi:
     ecco il giudicio uman come spesso erra!
     Quella che dagli esperi ai liti eoi
     avea difesa con sì lunga guerra,
     or tolta gli è fra tanti amici suoi,
     senza spada adoprar, ne la sua terra.
     Il savio imperator, ch’estinguer volse
     un grave incendio, fu che gli la tolse.

     8Nata pochi dì inanzi era una gara
     tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo,
     che entrambi avean per la bellezza rara
     d’amoroso disio l’animo caldo.
     Carlo, che non avea tal lite cara,
     che gli rendea l’aiuto lor men saldo,
     questa donzella, che la causa n’era,
     tolse, e diè in mano al duca di Bavera;

     9in premio promettendola a quel d’essi,
     ch’in quel conflitto, in quella gran giornata,
     degl’infideli più copia uccidessi,
     e di sua man prestasse opra più grata.
     Contrari ai voti poi furo i successi;
     ch’in fuga andò la gente battezzata,
     e con molti altri fu ’l duca prigione,
     e restò abbandonato il padiglione.

10   Dove, poi che rimase la donzella
     ch’esser dovea del vincitor mercede,
     inanzi al caso era salita in sella,
     e quando bisognò le spalle diede,
     presaga che quel giorno esser rubella
     dovea Fortuna alla cristiana fede:
     entrò in un bosco, e ne la stretta via
     rincontrò un cavallier ch’a piè venìa.

11   Indosso la corazza, l’elmo in testa,
     la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo;
     e più leggier correa per la foresta,
     ch’al pallio rosso il villan mezzo ignudo.
     Timida pastorella mai sì presta
     non volse piede inanzi a serpe crudo,
     come Angelica tosto il freno torse,
     che del guerrier, ch’a piè venìa, s’accorse.

12   Era costui quel paladin gagliardo,
     figliuol d’Amon, signor di Montalbano,
     a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo
     per strano caso uscito era di mano.
     Come alla donna egli drizzò lo sguardo,
     riconobbe, quantunque di lontano,
     l’angelico sembiante e quel bel volto
     ch’all’amorose reti il tenea involto.

13   La donna il palafreno a dietro volta,
     e per la selva a tutta briglia il caccia;
     né per la rara più che per la folta,
     la più sicura e miglior via procaccia:
     ma pallida, tremando, e di sé tolta,
     lascia cura al destrier che la via faccia.
     Di sù di giù, ne l’alta selva fiera
     tanto girò, che venne a una riviera.

14   Su la riviera Ferraù trovosse
     di sudor pieno e tutto polveroso.
     Da la battaglia dianzi lo rimosse
     un gran disio di bere e di riposo;
     e poi, mal grado suo, quivi fermosse,
     perché, de l’acqua ingordo e frettoloso,
     l’elmo nel fiume si lasciò cadere,
     né l’avea potuto anco riavere.

15   Quanto potea più forte, ne veniva
     gridando la donzella ispaventata.
     A quella voce salta in su la riva
     il Saracino, e nel viso la guata;
     e la conosce subito ch’arriva,
     ben che di timor pallida e turbata,
     e sien più dì che non n’udì novella,
     che senza dubbio ell’è Angelica bella.

16    E perché era cortese, e n’avea forse
     non men de’ dui cugini il petto caldo,
     l’aiuto che potea tutto le porse,
     pur come avesse l’elmo, ardito e baldo:
     trasse la spada, e minacciando corse
     dove poco di lui temea Rinaldo.
     Più volte s’eran già non pur veduti,
     m’al paragon de l’arme conosciuti.

17   Cominciar quivi una crudel battaglia,
     come a piè si trovar, coi brandi ignudi:
     non che le piastre e la minuta maglia,
     ma ai colpi lor non reggerian gl’incudi.
     Or, mentre l’un con l’altro si travaglia,
     bisogna al palafren che ’l passo studi;
     che quanto può menar de le calcagna,
     colei lo caccia al bosco e alla campagna.

18   Poi che s’affaticar gran pezzo invano
     i dui guerrier per por l’un l’altro sotto,
     quando non meno era con l’arme in mano
     questo di quel, né quel di questo dotto;
     fu primiero il signor di Montalbano,
     ch’al cavallier di Spagna fece motto,
     sì come quel ch’ha nel cuor tanto fuoco,
     che tutto n’arde e non ritrova loco.

 19  Disse al pagan: - Me sol creduto avrai,
     e pur avrai te meco ancora offeso:
     se questo avvien perché i fulgenti rai
     del nuovo sol t’abbino il petto acceso,
     di farmi qui tardar che guadagno hai?
     che quando ancor tu m’abbi morto o preso,
     non però tua la bella donna fia;
     che, mentre noi tardiam, se ne va via.

 20  Quanto fia meglio, amandola tu ancora,
     che tu le venga a traversar la strada,
     a ritenerla e farle far dimora,
     prima che più lontana se ne vada!
     Come l’avremo in potestate, allora
     di chi esser de’ si provi con la spada:
     non so altrimenti, dopo un lungo affanno,
     che possa riuscirci altro che danno. -

 21  Al pagan la proposta non dispiacque:
     così fu differita la tenzone;
     e tal tregua tra lor subito nacque,
     sì l’odio e l’ira va in oblivione,
     che ’l pagano al partir da le fresche acque
     non lasciò a piedi il buon figliuol d’Amone:
     con preghi invita, ed al fin toglie in groppa,
     e per l’orme d’Angelica galoppa.

 22  Oh gran bontà de’ cavallieri antiqui!
     Eran rivali, eran di fé diversi,
     e si sentian degli aspri colpi iniqui
     per tutta la persona anco dolersi;
     e pur per selve oscure e calli obliqui
     insieme van senza sospetto aversi.
     Da quattro sproni il destrier punto arriva
     ove una strada in due si dipartiva.

 23  E come quei che non sapean se l’una
     o l’altra via facesse la donzella
     (però che senza differenza alcuna
     apparia in amendue l’orma novella),
     si messero ad arbitrio di fortuna,
     Rinaldo a questa, il Saracino a quella.
     Pel bosco Ferraù molto s’avvolse,
     e ritrovossi al fine onde si tolse.

 24  Pur si ritrova ancor su la rivera,
     là dove l’elmo gli cascò ne l’onde.
     Poi che la donna ritrovar non spera,
     per aver l’elmo che ’l fiume gli asconde,
     in quella parte onde caduto gli era
     discende ne l’estreme umide sponde:
     ma quello era sì fitto ne la sabbia,
     che molto avrà da far prima che l’abbia.

 25  Con un gran ramo d’albero rimondo,
     di ch’avea fatto una pertica lunga,
     tenta il fiume e ricerca sino al fondo,
     né loco lascia ove non batta e punga.
     Mentre con la maggior stizza del mondo
     tanto l’indugio suo quivi prolunga,
     vede di mezzo il fiume un cavalliero
     insino al petto uscir, d’aspetto fiero.

 26  Era, fuor che la testa, tutto armato,
     ed avea un elmo ne la destra mano:
     avea il medesimo elmo che cercato
     da Ferraù fu lungamente invano.
     A Ferraù parlò come adirato,
     e disse: - Ah mancator di fé, marano!
     perché di lasciar l’elmo anche t’aggrevi,
     che render già gran tempo mi dovevi?

 27  Ricordati, pagan, quando uccidesti
     d’Angelica il fratel (che son quell’io),
     dietro all’altr’arme tu mi promettesti
     gittar fra pochi dì l’elmo nel rio.
     Or se Fortuna (quel che non volesti
     far tu) pone ad effetto il voler mio,
     non ti turbare; e se turbar ti déi,
     turbati che di fé mancato sei.

 28  Ma se desir pur hai d’un elmo fino,
     trovane un altro, ed abbil con più onore;
     un tal ne porta Orlando paladino,
     un tal Rinaldo, e forse anco migliore:
     l’un fu d’Almonte, e l’altro di Mambrino:
     acquista un di quei dui col tuo valore;
     e questo, ch’hai già di lasciarmi detto,
     farai bene a lasciarmi con effetto. -

 29  All’apparir che fece all’improvviso
     de l’acqua l’ombra, ogni pelo arricciossi,
     e scolorossi al Saracino il viso;
     la voce, ch’era per uscir, fermossi.
     Udendo poi da l’Argalia, ch’ucciso
     quivi avea già (che l’Argalia nomossi)
     la rotta fede così improverarse,
     di scorno e d’ira dentro e di fuor arse.

 30  Né tempo avendo a pensar altra scusa,
     e conoscendo ben che ’l ver gli disse,
     restò senza risposta a bocca chiusa;
     ma la vergogna il cor sì gli trafisse,
     che giurò per la vita di Lanfusa
     non voler mai ch’altro elmo lo coprisse,
     se non quel buono che già in Aspramonte
     trasse dal capo Orlando al fiero Almonte.

 31  E servò meglio questo giuramento,
     che non avea quell’altro fatto prima.
     Quindi si parte tanto malcontento,
     che molti giorni poi si rode e lima.
     Sol di cercare è il paladino intento
     di qua di là, dove trovarlo stima.
     Altra ventura al buon Rinaldo accade,
     che da costui tenea diverse strade.

 32  Non molto va Rinaldo, che si vede
     saltare inanzi il suo destrier feroce:
     - Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede!
     che l’esser senza te troppo mi nuoce. -
     Per questo il destrier sordo, a lui non riede
     anzi più se ne va sempre veloce.
     Segue Rinaldo, e d’ira si distrugge:
     ma seguitiamo Angelica che fugge.

 33  Fugge tra selve spaventose e scure,
     per lochi inabitati, ermi e selvaggi.
     Il mover de le frondi e di verzure,
     che di cerri sentia, d’olmi e di faggi,
     fatto le avea con subite paure
     trovar di qua di là strani viaggi;
     ch’ad ogni ombra veduta o in monte o in valle,
     temea Rinaldo aver sempre alle spalle.

 34  Qual pargoletta o damma o capriuola,
     che tra le fronde del natio boschetto
     alla madre veduta abbia la gola
     stringer dal pardo, o aprirle ’l fianco o ’l petto,
     di selva in selva dal crudel s’invola,
     e di paura trema e di sospetto:
     ad ogni sterpo che passando tocca,
     esser si crede all’empia fera in bocca.

 35  Quel dì e la notte a mezzo l’altro giorno
     s’andò aggirando, e non sapeva dove.
     Trovossi al fin in un boschetto adorno,
     che lievemente la fresca aura muove.
     Duo chiari rivi, mormorando intorno,
     sempre l’erbe vi fan tenere e nuove;
     e rendea ad ascoltar dolce concento,
     rotto tra picciol sassi, il correr lento.

 36  Quivi parendo a lei d’esser sicura
     e lontana a Rinaldo mille miglia,
     da la via stanca e da l’estiva arsura,
     di riposare alquanto si consiglia:
     tra’ fiori smonta, e lascia alla pastura
     andare il palafren senza la briglia;
     e quel va errando intorno alle chiare onde,
     che di fresca erba avean piene le sponde.

 37  Ecco non lungi un bel cespuglio vede
     di prun fioriti e di vermiglie rose,
     che de le liquide onde al specchio siede,
     chiuso dal sol fra l’alte querce ombrose;
     così voto nel mezzo, che concede
     fresca stanza fra l’ombre più nascose:
     e la foglia coi rami in modo è mista,
     che ’l sol non v’entra, non che minor vista.

 

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