La pazzia di Orlando

L. Ariosto, Orlando furioso, Canto XXIII, 100-136.

 
100 Lo strano corso che tenne il cavallo
     del Saracin pel bosco senza via,
     fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
     né lo trovò, né poté averne spia.
     Giunse ad un rivo che parea cristallo,
     ne le cui sponde un bel pratel fioria,
     di nativo color vago e dipinto,
     e di molti e belli arbori distinto.

101 Il merigge facea grato l’orezzo
     al duro armento ed al pastore ignudo;
     sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
     che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
     Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
     e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
     e più che dir si possa empio soggiorno,
     quell’infelice e sfortunato giorno.

102 Volgendosi ivi intorno, vide scritti
     molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
     Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
     fu certo esser di man de la sua diva.
     Questo era un di quei lochi già descritti,
     ove sovente con Medor veniva
     da casa del pastore indi vicina
     la bella donna del Catai regina.

103 Angelica e Medor con cento nodi
     legati insieme, e in cento lochi vede.
     Quante lettere son, tanti son chiodi
     coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
     Va col pensier cercando in mille modi
     non creder quel ch’al suo dispetto crede:
     ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
     ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

104 Poi dice: - Conosco io pur queste note:
     di tal’io n’ho tante vedute e lette.
     Finger questo Medoro ella si puote:
     forse ch’a me questo cognome mette. -
     Con tali opinion dal ver remote
     usando fraude a sé medesmo, stette
     ne la speranza il malcontento Orlando,
     che si seppe a se stesso ir procacciando.

105 Ma sempre più raccende e più rinuova,
     quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
     come l’incauto augel che si ritrova
     in ragna o in visco aver dato di petto,
     quanto più batte l’ale e più si prova
     di disbrigar, più vi si lega stretto.
     Orlando viene ove s’incurva il monte
     a guisa d’arco in su la chiara fonte.

106 Aveano in su l’entrata il luogo adorno
     coi piedi storti edere e viti erranti.
     Quivi soleano al più cocente giorno
     stare abbracciati i duo felici amanti.
     V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
     più che in altro dei luoghi circostanti,
     scritti, qual con carbone e qual con gesso,
     e qual con punte di coltelli impresso.

107 Il mesto conte a piè quivi discese;
     e vide in su l’entrata de la grotta
     parole assai, che di sua man distese
     Medoro avea, che parean scritte allotta.
     Del gran piacer che ne la grotta prese,
     questa sentenza in versi avea ridotta.
     Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
     ed era ne la nostra tale il senso:

108 - Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
     spelunca opaca e di fredde ombre grata,
     dove la bella Angelica che nacque
     di Galafron, da molti invano amata,
     spesso ne le mie braccia nuda giacque;
     de la commodità che qui m’è data,
     io povero Medor ricompensarvi
     d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:

109 e di pregare ogni signore amante,
     e cavallieri e damigelle, e ognuna
     persona, o paesana o viandante,
     che qui sua volontà meni o Fortuna;
     ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
     dica: benigno abbiate e sole e luna,
     e de le ninfe il coro, che proveggia
     che non conduca a voi pastor mai greggia. -

110 Era scritto in arabico, che ’l conte
     intendea così ben come latino:
     fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
     prontissima avea quella il paladino;
     e gli schivò più volte e danni ed onte,
     che si trovò tra il popul saracino:
     ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
     ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

111 Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
     quello infelice, e pur cercando invano
     che non vi fosse quel che v’era scritto;
     e sempre lo vedea più chiaro e piano:
     ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
     stringersi il cor sentia con fredda mano.
     Rimase al fin con gli occhi e con la mente
     fissi nel sasso, al sasso indifferente.

112 Fu allora per uscir del sentimento
     sì tutto in preda del dolor si lassa.
     Credete a chi n’ha fatto esperimento,
     che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
     Caduto gli era sopra il petto il mento,
     la fronte priva di baldanza e bassa;
     né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto)
     alle querele voce, o umore al pianto.

113 L’impetuosa doglia entro rimase,
     che volea tutta uscir con troppa fretta.
     Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
     che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
     che nel voltar che si fa in su la base,
     l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
     e ne l’angusta via tanto s’intrica,
     ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

114 Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
     possa esser che non sia la cosa vera:
     che voglia alcun così infamare il nome
     de la sua donna e crede e brama e spera,
     o gravar lui d’insopportabil some
     tanto di gelosia, che se ne pera;
     ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
     molto la man di lei bene imitato.

115 In così poca, in così debol speme
     sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
     indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
     dando già il sole alla sorella loco.
     Non molto va, che da le vie supreme
     dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
     sente cani abbaiar, muggiare armento:
     viene alla villa, e piglia alloggiamento.

116 Languido smonta, e lascia Brigliadoro
     a un discreto garzon che n’abbia cura;
     altri il disarma, altri gli sproni d’oro
     gli leva, altri a forbir va l’armatura.
     Era questa la casa ove Medoro
     giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
     Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
     di dolor sazio e non d’altra vivanda.

117 Quanto più cerca ritrovar quiete,
     tanto ritrova più travaglio e pena;
     che de l’odiato scritto ogni parete,
     ogni uscio, ogni finestra vede piena.
     Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
     che teme non si far troppo serena,
     troppo chiara la cosa che di nebbia
     cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

118 Poco gli giova usar fraude a se stesso;
     che senza domandarne, è chi ne parla.
     Il pastor che lo vede così oppresso
     da sua tristizia, e che voria levarla,
     l’istoria nota a sé, che dicea spesso
     di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
     ch’a molti dilettevole fu a udire,
     gl’incominciò senza rispetto a dire:

119 come esso a prieghi d’Angelica bella
     portato avea Medoro alla sua villa,
     ch’era ferito gravemente; e ch’ella
     curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
     ma che nel cor d’una maggior di quella
     lei ferì Amor; e di poca scintilla
     l’accese tanto e sì cocente fuoco,
     che n’ardea tutta, e non trovava loco:

120 e sanza aver rispetto ch’ella fusse
     figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
     da troppo amor costretta si condusse
     a farsi moglie d’un povero fante.
     All’ultimo l’istoria si ridusse,
     che ’l pastor fe’ portar la gemma inante,
     ch’alla sua dipartenza, per mercede
     del buono albergo, Angelica gli diede.

121 Questa conclusion fu la secure
     che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
     poi che d’innumerabil battiture
     si vide il manigoldo Amor satollo.
     Celar si studia Orlando il duolo; e pure
     quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
     per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
     convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

122 Poi ch’allargare il freno al dolor puote
     (che resta solo e senza altrui rispetto),
     giù dagli occhi rigando per le gote
     sparge un fiume di lacrime sul petto:
     sospira e geme, e va con spesse ruote
     di qua di là tutto cercando il letto;
     e più duro ch’un sasso, e più pungente
     che se fosse d’urtica, se lo sente.

123 In tanto aspro travaglio gli soccorre
     che nel medesmo letto in che giaceva,
     l’ingrata donna venutasi a porre
     col suo drudo più volte esser doveva.
     Non altrimenti or quella piuma abborre,
     né con minor prestezza se ne leva,
     che de l’erba il villan che s’era messo
     per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

124 Quel letto, quella casa, quel pastore
     immantinente in tant’odio gli casca,
     che senza aspettar luna, o che l’albore
     che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
     piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
     per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
     e quando poi gli è aviso d’esser solo,
     con gridi ed urli apre le porte al duolo.

125 Di pianger mai, mai di gridar non resta;
     né la notte né ’l dì si dà mai pace.
     Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
     sul terren duro al discoperto giace.
     Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
     una fontana d’acqua sì vivace,
     e come sospirar possa mai tanto;
     e spesso dice a sé così nel pianto:

126 - Queste non son più lacrime, che fuore
     stillo dagli occhi con sì larga vena.
     Non suppliron le lacrime al dolore:
     finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
     Dal fuoco spinto ora il vitale umore
     fugge per quella via ch’agli occhi mena;
     ed è quel che si versa, e trarrà insieme
     e ’l dolore e la vita all’ore estreme.

127 Questi ch’indizio fan del mio tormento,
     sospir non sono, né i sospir sono tali.
     Quelli han triegua talora; io mai non sento
     che ’l petto mio men la sua pena esali.
     Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
     mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
     Amor, con che miracolo lo fai,
     che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

128 Non son, non sono io quel che paio in viso:
     quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
     la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
     sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
     Io son lo spirto suo da lui diviso,
     ch’in questo inferno tormentandosi erra,
     acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
     esempio a chi in Amor pone speranza. -

129 Pel bosco errò tutta la notte il conte;
     e allo spuntar de la diurna fiamma
     lo tornò il suo destin sopra la fonte
     dove Medoro isculse l’epigramma.
     Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
     l’accese sì, ch’in lui non restò dramma
     che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
     né più indugiò, che trasse il brando fuore.

130 Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
     a volo alzar fe’ le minute schegge.
     Infelice quell’antro, ed ogni stelo
     in cui Medoro e Angelica si legge!
     Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
     a pastor mai non daran più, né a gregge:
     e quella fonte, già si chiara e pura,
     da cotanta ira fu poco sicura;

131 che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
     non cessò di gittar ne le bell’onde,
     fin che da sommo ad imo sì turbolle
     che non furo mai più chiare né monde.
     E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
     poi che la lena vinta non risponde
     allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
     cade sul prato, e verso il ciel sospira.

132 Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
     e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
     Senza cibo e dormir così si serba,
     che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
     Di crescer non cessò la pena acerba,
     che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
     Il quarto dì, da gran furor commosso,
     e maglie e piastre si stracciò di dosso.

133 Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
     lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
     l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
     avean pel bosco differente albergo.
     E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
     l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
     e cominciò la gran follia, sì orrenda,
     che de la più non sarà mai ch’intenda.

134 In tanta rabbia, in tanto furor venne,
     che rimase offuscato in ogni senso.
     Di tor la spada in man non gli sovenne;
     che fatte avria mirabil cose, penso.
     Ma né quella, né scure, né bipenne
     era bisogno al suo vigore immenso.
     Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
     ch’un alto pino al primo crollo svelse:

135 e svelse dopo il primo altri parecchi,
     come fosser finocchi, ebuli o aneti;
     e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
     di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.
     Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
     il campo mondo, fa, per por le reti,
     dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
     facea de cerri e d’altre piante antiche.

136 I pastor che sentito hanno il fracasso,
     lasciando il gregge sparso alla foresta,
     chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
     vi vengono a veder che cosa è questa.
     Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
     vi potria la mia istoria esser molesta;
     ed io la vo’ più tosto diferire,
     che v’abbia per lunghezza a fastidire.

 

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