Napoli milionaria!

«Napoli milionaria!» - La biografia di una città smemorata 

di Maurizio de Giovanni

C’è un momento preciso in cui tutto cambia, e nulla sarà più come prima. Un attimo esatto, e il Genio riesce a raccontarlo senza parole, senza nemmeno utilizzare la spettacolare, unica mimica del suo volto scavato. Il Genio racconta due epoche con la semplice entrata di Gennaro Jovine nel basso rinnovato, mentre si prepara una festa di compleanno, all’inizio del secondo atto. Un uomo lacero, stanco, invecchiato dalla terribile esperienza della guerra, in un mondo che allo stesso tempo gli è familiare ma che non riconosce più.

«Napoli milionaria!» è lo spettacolare racconto del grande cambiamento, ed è la biografia di una città che, più di ogni altra, volta definitivamente le spalle a se stessa. Gennaro, inghiottito suo malgrado dal conflitto, portato chissà dove a guardare in faccia la morte e il dolore, ritorna in un luogo che ha deciso invece di lasciarsi per sempre alle spalle la sofferenza, non rendendosi conto di andare invece incontro al baratro di un’altra disperazione.

L’uomo osserva attonito il benessere che lo circonda e che non sente suo; lo percorre come una scena di cartapesta, come una rappresentazione teatrale all’interno di una rappresentazione teatrale. E non riconosce le persone, a stento capisce quello che dicono: prova a raccontare quello che gli è successo, ma nessuno lo ascolta; eppure l’altra volta, alla fine della Grande Guerra, tutti gli si raccoglievano attorno per sentire le storie di un confine lontano e di sofferenze altrui. Gennaro non capisce, e quando capirà deciderà di non capire. Lui è di un altro mondo: nel pianeta da cui viene contano valori come l’onore, la famiglia, l’amore.

Nel suo universo c’è fame, disperazione e dolore, ma anche dignità, rispetto e solidarietà. Ma Napoli è stata traghettata su una nuova riva, mentre lui non c’era. Mentre sentiamo la sofferenza del testo srotolarsi sulle tavole dei mille palcoscenici dove questo capolavoro è stato e sarà sempre rappresentato, avvertiamo acuta nel cuore la nostalgia di un mondo che non abbiamo conosciuto ma che ha vibrato nei racconti di genitori e nonni.

E pensiamo che non poteva che cambiare, un luogo che ha sopportato la perdita di venticinquemila persone per i bombardamenti; che ha vissuto il dramma di intere giornate passate nei rifugi, a chiedersi quante macerie e quanti morti si sarebbero accumulati intanto all’esterno; che ha pensato che nulla e nessuno sarebbe sopravvissuto all’orrore di una morte che arrivava dall’alto e cadeva per distruggere, come una punizione del Padreterno.

Il Genio, con quattro assi di legno e pochi arredi, ha saputo dire dell’inizio dell’egoismo, della solitudine e del rabbioso desiderio di sopravvivere alla morte, e pure della fine del senso della comunità e del desiderio di non sopravvivere al proprio onore. Ha saputo dire, il Genio, della fine e dell’inizio: di una metamorfosi immediata e dell’eco di mille canzoni che si spengono nel ricordo. E nella notte sospesa della malattia di Rituccia e del futuro che ci aspetta, ha lasciato sul nostro cuore una cicatrice dolce che non smetterà mai di sanguinare.

"Il Mattino" 31/10/2014

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