Pace non trovo... - pag 3

La sola subordinata presente nel sonetto “Tal m’à in pregion, che non m’apre…” (v .5), non a caso si trova proprio nel punto in cui il poeta definisce l’amore per Laura come prigione dell’anima. L’effetto di elenco-catalogo, nel quale sembra trasparire non solo una certa volontà classificatoria ma anche una traccia di artificiosità e persino di gioco stilistico, continua con la combinazione delle antitesi, lungo l’intero componimento, con altre figure stilistiche.
Da notare in particolare i chiasmi (Pace … trovo / ò … guerra, v. 1), cui si contrappongono dei parallelismi (et volo…, et giaccio ..., v. 3). Del tutto originale è l’espressività del testo petrarchesco determinata sia dal ritmo impartito all’interno del verso dalla cesura, che spesso coincide anche con la pausa grammaticale della virgola, sia dall’incalzare concitato del polisindeto (v. 1-4, 6, 9-11).
La musicalità su cui è giocato il testo traspare, poi, grazie all’allitterante ripetizione del pronome “mi”, attraverso il quale l’autore vuole indicare al pubblico che il vero soggetto dell’opera non è Laura, bensì la sua interiorità (“m’à in pregion / m’apre”, v. 5; “m’ancide Amore / et non mi…”, v. 7).
In effetti, al centro dell’ispirazione poetica, più che la figura di Laura che spesso appare solo evocata nella lontananza del ricordo, stanno le contraddizioni che essa, in vita come dopo la morte, contribuisce a mettere a nudo nell’animo del poeta fra riso e pianto, gioia e angoscia, speranza e timore, pace e guerra. In ultima analisi il conflitto presente nel Canzoniere e in questo testo esemplarmente espresso, traduce in poesia il contrasto tra cielo e terra già evidenziato nel Secretum.
Attenendosi alla sua natura di monostilista e monolinguista, Petrarca non usa un lessico di registro particolarmente aulico, ma un linguaggio semplice, destinato, però, a un pubblico limitato, capace di conoscere l’amore e l’interiorità umana. Dalla lettura del sonetto si può evincere che il poeta non è più una guida che può offrire modelli da seguire come nell’esempio stilnovistico, ma sperimenta lacerazioni e rinnova dubbi, cercando delle pur difficili sintesi fra ideali classici e morale cristiana. L’io, soggetto e oggetto del discorso, pur parlando di sé, non dice, ma si confessa, cercando di identificarsi con i suoi lettori. L’esperienza d’amore è ora percepita come condizione psichica perennemente contraddittoria di avvicinamento e di fuga, dove sia la lontananza sia la prossimità hanno effetti dolorosi e sconvolgenti. L’unica esperienza di pienezza amorosa è, per il poeta, il rifugio nella visione interiore: in tal modo egli si chiude nella prigione di un’interiorità malata e senza scampo, dove l’amore non è dialogo, apertura verso l’altro, ma continuo soliloquio con se stesso, con la propria anima.
Nasce così il profilo del moderno malinconico, ossessivamente ripiegato sul suo amoroso pensiero, all’impossibile ricerca del proprio oggetto d’amore. Per questo, come dice Santagata, mentre nella poesia di Petrarca i temi, le immagini, il lessico stesso della sofferenza amorosa conoscono un incremento senza precedenti, decresce nettamente il tasso di fisicità del dolore.

Secoli dopo, nel saggio “Lutto e malinconia”, Freud illuminerà il nesso tra mal d’amore e malinconia esistenziale. Se la pulsione amorosa - egli osserva - privata del proprio oggetto, non si sposta su un altro oggetto, “l’ombra dell’oggetto perduto allora ricade sull’Io” come esperienza di un' irrimediabile “mancanza”. E l’amore come mancanza segna la nascita del moderno.

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