La pazzia di Orlando

L. Ariosto, Orlando furioso, Canto XXIII, 100-136.

 
100 Lo strano corso che tenne il cavallo
     del Saracin pel bosco senza via,
     fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
     né lo trovò, né poté averne spia.
     Giunse ad un rivo che parea cristallo,
     ne le cui sponde un bel pratel fioria,
     di nativo color vago e dipinto,
     e di molti e belli arbori distinto.

101 Il merigge facea grato l’orezzo
     al duro armento ed al pastore ignudo;
     sì che né Orlando sentia alcun ribrezzo,
     che la corazza avea, l’elmo e lo scudo.
     Quivi egli entrò per riposarvi in mezzo;
     e v’ebbe travaglioso albergo e crudo,
     e più che dir si possa empio soggiorno,
     quell’infelice e sfortunato giorno.

102 Volgendosi ivi intorno, vide scritti
     molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
     Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
     fu certo esser di man de la sua diva.
     Questo era un di quei lochi già descritti,
     ove sovente con Medor veniva
     da casa del pastore indi vicina
     la bella donna del Catai regina.

103 Angelica e Medor con cento nodi
     legati insieme, e in cento lochi vede.
     Quante lettere son, tanti son chiodi
     coi quali Amore il cor gli punge e fiede.
     Va col pensier cercando in mille modi
     non creder quel ch’al suo dispetto crede:
     ch’altra Angelica sia, creder si sforza,
     ch’abbia scritto il suo nome in quella scorza.

104 Poi dice: - Conosco io pur queste note:
     di tal’io n’ho tante vedute e lette.
     Finger questo Medoro ella si puote:
     forse ch’a me questo cognome mette. -
     Con tali opinion dal ver remote
     usando fraude a sé medesmo, stette
     ne la speranza il malcontento Orlando,
     che si seppe a se stesso ir procacciando.

105 Ma sempre più raccende e più rinuova,
     quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
     come l’incauto augel che si ritrova
     in ragna o in visco aver dato di petto,
     quanto più batte l’ale e più si prova
     di disbrigar, più vi si lega stretto.
     Orlando viene ove s’incurva il monte
     a guisa d’arco in su la chiara fonte.

106 Aveano in su l’entrata il luogo adorno
     coi piedi storti edere e viti erranti.
     Quivi soleano al più cocente giorno
     stare abbracciati i duo felici amanti.
     V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
     più che in altro dei luoghi circostanti,
     scritti, qual con carbone e qual con gesso,
     e qual con punte di coltelli impresso.

107 Il mesto conte a piè quivi discese;
     e vide in su l’entrata de la grotta
     parole assai, che di sua man distese
     Medoro avea, che parean scritte allotta.
     Del gran piacer che ne la grotta prese,
     questa sentenza in versi avea ridotta.
     Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
     ed era ne la nostra tale il senso:

108 - Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
     spelunca opaca e di fredde ombre grata,
     dove la bella Angelica che nacque
     di Galafron, da molti invano amata,
     spesso ne le mie braccia nuda giacque;
     de la commodità che qui m’è data,
     io povero Medor ricompensarvi
     d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:

109 e di pregare ogni signore amante,
     e cavallieri e damigelle, e ognuna
     persona, o paesana o viandante,
     che qui sua volontà meni o Fortuna;
     ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
     dica: benigno abbiate e sole e luna,
     e de le ninfe il coro, che proveggia
     che non conduca a voi pastor mai greggia. -

110 Era scritto in arabico, che ’l conte
     intendea così ben come latino:
     fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
     prontissima avea quella il paladino;
     e gli schivò più volte e danni ed onte,
     che si trovò tra il popul saracino:
     ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
     ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

111 Tre volte e quattro e sei lesse lo scritto
     quello infelice, e pur cercando invano
     che non vi fosse quel che v’era scritto;
     e sempre lo vedea più chiaro e piano:
     ed ogni volta in mezzo il petto afflitto
     stringersi il cor sentia con fredda mano.
     Rimase al fin con gli occhi e con la mente
     fissi nel sasso, al sasso indifferente.

112 Fu allora per uscir del sentimento
     sì tutto in preda del dolor si lassa.
     Credete a chi n’ha fatto esperimento,
     che questo è ’l duol che tutti gli altri passa.
     Caduto gli era sopra il petto il mento,
     la fronte priva di baldanza e bassa;
     né poté aver (che ’l duol l’occupò tanto)
     alle querele voce, o umore al pianto.

113 L’impetuosa doglia entro rimase,
     che volea tutta uscir con troppa fretta.
     Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
     che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
     che nel voltar che si fa in su la base,
     l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
     e ne l’angusta via tanto s’intrica,
     ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.

114 Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
     possa esser che non sia la cosa vera:
     che voglia alcun così infamare il nome
     de la sua donna e crede e brama e spera,
     o gravar lui d’insopportabil some
     tanto di gelosia, che se ne pera;
     ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
     molto la man di lei bene imitato.

115 In così poca, in così debol speme
     sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
     indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
     dando già il sole alla sorella loco.
     Non molto va, che da le vie supreme
     dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
     sente cani abbaiar, muggiare armento:
     viene alla villa, e piglia alloggiamento.

116 Languido smonta, e lascia Brigliadoro
     a un discreto garzon che n’abbia cura;
     altri il disarma, altri gli sproni d’oro
     gli leva, altri a forbir va l’armatura.
     Era questa la casa ove Medoro
     giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
     Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
     di dolor sazio e non d’altra vivanda.

117 Quanto più cerca ritrovar quiete,
     tanto ritrova più travaglio e pena;
     che de l’odiato scritto ogni parete,
     ogni uscio, ogni finestra vede piena.
     Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
     che teme non si far troppo serena,
     troppo chiara la cosa che di nebbia
     cerca offuscar, perché men nuocer debbia.

118 Poco gli giova usar fraude a se stesso;
     che senza domandarne, è chi ne parla.
     Il pastor che lo vede così oppresso
     da sua tristizia, e che voria levarla,
     l’istoria nota a sé, che dicea spesso
     di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
     ch’a molti dilettevole fu a udire,
     gl’incominciò senza rispetto a dire:

119 come esso a prieghi d’Angelica bella
     portato avea Medoro alla sua villa,
     ch’era ferito gravemente; e ch’ella
     curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
     ma che nel cor d’una maggior di quella
     lei ferì Amor; e di poca scintilla
     l’accese tanto e sì cocente fuoco,
     che n’ardea tutta, e non trovava loco:

120 e sanza aver rispetto ch’ella fusse
     figlia del maggior re ch’abbia il Levante,
     da troppo amor costretta si condusse
     a farsi moglie d’un povero fante.
     All’ultimo l’istoria si ridusse,
     che ’l pastor fe’ portar la gemma inante,
     ch’alla sua dipartenza, per mercede
     del buono albergo, Angelica gli diede.

121 Questa conclusion fu la secure
     che ’l capo a un colpo gli levò dal collo,
     poi che d’innumerabil battiture
     si vide il manigoldo Amor satollo.
     Celar si studia Orlando il duolo; e pure
     quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
     per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
     convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi.

122 Poi ch’allargare il freno al dolor puote
     (che resta solo e senza altrui rispetto),
     giù dagli occhi rigando per le gote
     sparge un fiume di lacrime sul petto:
     sospira e geme, e va con spesse ruote
     di qua di là tutto cercando il letto;
     e più duro ch’un sasso, e più pungente
     che se fosse d’urtica, se lo sente.

123 In tanto aspro travaglio gli soccorre
     che nel medesmo letto in che giaceva,
     l’ingrata donna venutasi a porre
     col suo drudo più volte esser doveva.
     Non altrimenti or quella piuma abborre,
     né con minor prestezza se ne leva,
     che de l’erba il villan che s’era messo
     per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

124 Quel letto, quella casa, quel pastore
     immantinente in tant’odio gli casca,
     che senza aspettar luna, o che l’albore
     che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
     piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
     per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
     e quando poi gli è aviso d’esser solo,
     con gridi ed urli apre le porte al duolo.

125 Di pianger mai, mai di gridar non resta;
     né la notte né ’l dì si dà mai pace.
     Fugge cittadi e borghi, e alla foresta
     sul terren duro al discoperto giace.
     Di sé si meraviglia ch’abbia in testa
     una fontana d’acqua sì vivace,
     e come sospirar possa mai tanto;
     e spesso dice a sé così nel pianto:

126 - Queste non son più lacrime, che fuore
     stillo dagli occhi con sì larga vena.
     Non suppliron le lacrime al dolore:
     finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
     Dal fuoco spinto ora il vitale umore
     fugge per quella via ch’agli occhi mena;
     ed è quel che si versa, e trarrà insieme
     e ’l dolore e la vita all’ore estreme.

127 Questi ch’indizio fan del mio tormento,
     sospir non sono, né i sospir sono tali.
     Quelli han triegua talora; io mai non sento
     che ’l petto mio men la sua pena esali.
     Amor che m’arde il cor, fa questo vento,
     mentre dibatte intorno al fuoco l’ali.
     Amor, con che miracolo lo fai,
     che ’n fuoco il tenghi, e nol consumi mai?

128 Non son, non sono io quel che paio in viso:
     quel ch’era Orlando è morto ed è sotterra;
     la sua donna ingratissima l’ha ucciso:
     sì, mancando di fé, gli ha fatto guerra.
     Io son lo spirto suo da lui diviso,
     ch’in questo inferno tormentandosi erra,
     acciò con l’ombra sia, che sola avanza,
     esempio a chi in Amor pone speranza. -

129 Pel bosco errò tutta la notte il conte;
     e allo spuntar de la diurna fiamma
     lo tornò il suo destin sopra la fonte
     dove Medoro isculse l’epigramma.
     Veder l’ingiuria sua scritta nel monte
     l’accese sì, ch’in lui non restò dramma
     che non fosse odio, rabbia, ira e furore;
     né più indugiò, che trasse il brando fuore.

130 Tagliò lo scritto e ’l sasso, e sin al cielo
     a volo alzar fe’ le minute schegge.
     Infelice quell’antro, ed ogni stelo
     in cui Medoro e Angelica si legge!
     Così restar quel dì, ch’ombra né gielo
     a pastor mai non daran più, né a gregge:
     e quella fonte, già si chiara e pura,
     da cotanta ira fu poco sicura;

131 che rami e ceppi e tronchi e sassi e zolle
     non cessò di gittar ne le bell’onde,
     fin che da sommo ad imo sì turbolle
     che non furo mai più chiare né monde.
     E stanco al fin, e al fin di sudor molle,
     poi che la lena vinta non risponde
     allo sdegno, al grave odio, all’ardente ira,
     cade sul prato, e verso il ciel sospira.

132 Afflitto e stanco al fin cade ne l’erba,
     e ficca gli occhi al cielo, e non fa motto.
     Senza cibo e dormir così si serba,
     che ’l sole esce tre volte e torna sotto.
     Di crescer non cessò la pena acerba,
     che fuor del senno al fin l’ebbe condotto.
     Il quarto dì, da gran furor commosso,
     e maglie e piastre si stracciò di dosso.

133 Qui riman l’elmo, e là riman lo scudo,
     lontan gli arnesi, e più lontan l’usbergo:
     l’arme sue tutte, in somma vi concludo,
     avean pel bosco differente albergo.
     E poi si squarciò i panni, e mostrò ignudo
     l’ispido ventre e tutto ’l petto e ’l tergo;
     e cominciò la gran follia, sì orrenda,
     che de la più non sarà mai ch’intenda.

134 In tanta rabbia, in tanto furor venne,
     che rimase offuscato in ogni senso.
     Di tor la spada in man non gli sovenne;
     che fatte avria mirabil cose, penso.
     Ma né quella, né scure, né bipenne
     era bisogno al suo vigore immenso.
     Quivi fe’ ben de le sue prove eccelse,
     ch’un alto pino al primo crollo svelse:

135 e svelse dopo il primo altri parecchi,
     come fosser finocchi, ebuli o aneti;
     e fe’ il simil di querce e d’olmi vecchi,
     di faggi e d’orni e d’illici e d’abeti.
     Quel ch’un ucellator che s’apparecchi
     il campo mondo, fa, per por le reti,
     dei giunchi e de le stoppie e de l’urtiche,
     facea de cerri e d’altre piante antiche.

136 I pastor che sentito hanno il fracasso,
     lasciando il gregge sparso alla foresta,
     chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
     vi vengono a veder che cosa è questa.
     Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
     vi potria la mia istoria esser molesta;
     ed io la vo’ più tosto diferire,
     che v’abbia per lunghezza a fastidire.

 

Cloridano e Medoro

L. Ariosto, Orlando furioso, Canto XVIII, 165-192 e Canto XIX, 1-15.

165 Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro,
     d’oscura stirpe nati in Tolomitta;
     de’ quai l’istoria, per esempio raro
     di vero amore, è degna esser descritta.
     Cloridano e Medor si nominaro,
     ch’alla fortuna prospera e alla afflitta
     aveano sempre amato Dardinello,
     ed or passato in Francia il mar con quello.

166 Cloridan, cacciator tutta sua vita,
     di robusta persona era ed isnella:
     Medoro avea la guancia colorita
     e bianca e grata ne la età novella;
     e fra la gente a quella impresa uscita
     non era faccia più gioconda e bella:
     occhi avea neri, e chioma crespa d’oro:
     angel parea di quei del sommo coro.

167 Erano questi duo sopra i ripari
     con molti altri a guardar gli alloggiamenti,
     quando la Notte fra distanze pari
     mirava il ciel con gli occhi sonnolenti.
     Medoro quivi in tutti i suoi parlari
     non può far che ’l signor suo non rammenti,
     Dardinello d’Almonte, e che non piagna
     che resti senza onor ne la campagna.

168 Volto al cornpagno, disse: - O Cloridano,
     io non ti posso dir quanto m’incresca
     del mio signor, che sia rimaso al piano,
     per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca.
     Pensando come sempre mi fu umano,
     mi par che quando ancor questa anima esca
     in onor di sua fama, io non compensi
     né sciolga verso lui gli oblighi immensi.

169 Io voglio andar, perché non stia insepulto
     in mezzo alla campagna, a ritrovarlo:
     e forse Dio vorrà ch’io vada occulto
     là dove tace il campo del re Carlo.
     Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto
     ch’io vi debba morir, potrai narrarlo:
     che se Fortuna vieta sì bell’opra,
     per fama almeno il mio buon cor si scuopra. -

170 Stupisce Cloridan, che tanto core,
     tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo:
     e cerca assai, perché gli porta amore,
     di fargli quel pensiero irrito e nullo;
     ma non gli val, perch’un sì gran dolore
     non riceve conforto né trastullo.
     Medoro era disposto o di morire,
     o ne la tomba il suo signor coprire.

171 Veduto che nol piega e che nol muove,
     Cloridan gli risponde: - E verrò anch’io,
     anch’io vuo’ pormi a sì lodevol pruove,
     anch’io famosa morte amo e disio.
     Qual cosa sarà mai che più mi giove,
     s’io resto senza te, Medoro mio?
     Morir teco con l’arme è meglio molto,
     che poi di duol, s’avvien che mi sii tolto. -

172 Così disposti, messero in quel loco
     le successive guardie, e se ne vanno.
     Lascian fosse e steccati, e dopo poco
     tra’ nostri son, che senza cura stanno.
     Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco,
     perché dei Saracin poca tema hanno.
     Tra l’arme e’ carriaggi stan roversi,
     nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.

173 Fermossi alquanto Cloridano, e disse:
     - Non son mai da lasciar l’occasioni.
     Di questo stuol che ’l mio signor trafisse,
     non debbo far, Medoro, occisioni?
     Tu, perché sopra alcun non ci venisse,
     gli occhi e l’orecchi in ogni parte poni;
     ch’io m’offerisco farti con la spada
     tra gli nimici spaziosa strada. -

174 Così disse egli, e tosto il parlar tenne,
     ed entrò dove il dotto Alfeo dormia,
     che l’anno inanzi in corte a Carlo venne,
     medico e mago e pien d’astrologia:
     ma poco a questa volta gli sovenne;
     anzi gli disse in tutto la bugia.
     Predetto egli s’avea, che d’anni pieno
     dovea morire alla sua moglie in seno:

175 ed or gli ha messo il cauto Saracino
     la punta de la spada ne la gola.
     Quattro altri uccide appresso all’indovino,
     che non han tempo a dire una parola:
     menzion dei nomi lor non fa Turpino,
     e ’l lungo andar le lor notizie invola:
     dopo essi Palidon da Moncalieri,
     che sicuro dormia fra duo destrieri.

176 Poi se ne vien dove col capo giace
     appoggiato al barile il miser Grillo:
     avealo voto, e avea creduto in pace
     godersi un sonno placido e tranquillo.
     Troncògli il capo il Saracino audace:
     esce col sangue il vin per uno spillo,
     di che n’ha in corpo più d’una bigoncia;
     e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.

177 E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco
     spenge in dui colpi, Andropono e Conrado.
     che de la notte avean goduto al fresco
     gran parte, or con la tazza, ora col dado:
     felici, se vegghiar sapeano a desco
     fin che de l’Indo il sol passassi il guado.
     Ma non potria negli uomini il destino,
     se del futuro ognun fosse indovino.

178 Come impasto leone in stalla piena,
     che lunga fame abbia smacrato e asciutto,
     uccide, scanna, mangia, a strazio mena
     l’infermo gregge in sua balìa condutto;
     così il crudel pagan nel sonno svena
     la nostra gente, e fa macel per tutto.
     La spada di Medoro anco non ebe;
     ma si sdegna ferir l’ignobil plebe.

179 Venuto era ove il duca di Labretto
     con una dama sua dormia abbracciato;
     e l’un con l’altro si tenea sì stretto,
     che non saria tra lor l’aere entrato.
     Medoro ad ambi taglia il capo netto.
     Oh felice morire! oh dolce fato!
     che come erano i corpi, ho così fede
     ch’andar l’alme abbracciate alla lor sede.

180 Malindo uccise e Ardalico il fratello,
     che del conte di Fiandra erano figli;
     e l’uno e l’altro cavallier novello
     fatto avea Carlo, e aggiunto all’arme i gigli,
     perché il giorno amendui d’ostil macello
     con gli stocchi tornar vide vermigli:
     e terre in Frisa avea promesso loro,
     e date avria; ma lo vietò Medoro.

181 Gl’insidiosi ferri eran vicini
     ai padiglioni che tiraro in volta
     al padiglion di Carlo i paladini,
     facendo ognun la guardia la sua volta;
     quando da l’empia strage i Saracini
     trasson le spade, e diero a tempo volta;
     ch’impossibil lor par, tra sì gran torma,
     che non s’abbia a trovar un che non dorma.

182 E ben che possan gir di preda carchi,
     salvin pur sé, che fanno assai guadagno.
     Ove più creda aver sicuri i varchi
     va Cloridano, e dietro ha il suo compagno.
     Vengon nel campo, ove fra spade ed archi
     e scudi e lance in un vermiglio stagno
     giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli,
     e sozzopra con gli uomini i cavalli.

183 Quivi dei corpi l’orrida mistura,
     che piena avea la gran campagna intorno,
     potea far vaneggiar la fedel cura
     dei duo compagni insino al far del giorno,
     se non traea fuor d’una nube oscura,
     a’ prieghi di Medor, la Luna il corno.
     Medoro in ciel divotamente fisse
     verso la Luna gli occhi, e così disse:

184 - O santa dea, che dagli antiqui nostri
     debitamente sei detta triforme;
     ch’in cielo, in terra e ne l’inferno mostri
     l’alta bellezza tua sotto più forme,
     e ne le selve, di fere e di mostri
     vai cacciatrice seguitando l’orme;
     mostrami ove ’l mio re giaccia fra tanti,
     che vivendo imitò tuoi studi santi. -

185 La luna a quel pregar la nube aperse
     (o fosse caso o pur la tanta fede),
     bella come fu allor ch’ella s’offerse,
     e nuda in braccio a Endimion si diede.
     Con Parigi a quel lume si scoperse
     l’un campo e l’altro; e ’l monte e ’l pian si vede:
     si videro i duo colli di lontano,
     Martire a destra, e Lerì all’altra mano,

186 Rifulse lo splendor molto più chiaro
     ove d’Almonte giacea morto il figlio.
     Medoro andò, piangendo, al signor caro;
     che conobbe il quartier bianco e vermiglio:
     e tutto ’l viso gli bagnò d’amaro
     pianto, che n’avea un rio sotto ogni ciglio,
     in sì dolci atti, in sì dolci lamenti,
     che potea ad ascoltar fermare i venti.

187 Ma con sommessa voce e a pena udita;
     non che riguardi a non si far sentire,
     perch’abbia alcun pensier de la sua vita,
     più tosto l’odia, e ne vorrebbe uscire:
     ma per timor che non gli sia impedita
     l’opera pia che quivi il fe’ venire.
     Fu il morto re sugli omeri sospeso
     di tramendui, tra lor partendo il peso.

188 Vanno affrettando i passi quanto ponno,
     sotto l’amata soma che gl’ingombra.
     E già venìa chi de la luce è donno
     le stelle a tor del ciel, di terra l’ombra;
     quando Zerbino, a cui del petto il sonno
     l’alta virtude, ove è bisogno, sgombra,
     cacciato avendo tutta notte i Mori,
     al campo si traea nei primi albori.

189 E seco alquanti cavallieri avea,
     che videro da lunge i dui compagni.
     Ciascuno a quella parte si traea,
     sperandovi trovar prede e guadagni.
     - Frate, bisogna (Cloridan dicea)
     gittar la soma, e dare opra ai calcagni;
     che sarebbe pensier non troppo accorto,
     perder duo vivi per salvar un morto. -

190 E gittò il carco, perché si pensava
     che ’l suo Medoro il simil far dovesse:
     ma quel meschin, che ’l suo signor più amava,
     sopra le spalle sue tutto lo resse.
     L’altro con molta fretta se n’andava,
     come l’amico a paro o dietro avesse:
     se sapea di lasciarlo a quella sorte,
     mille aspettate avria, non ch’una morte.

191 Quei cavallier, con animo disposto
     che questi a render s’abbino o a morire,
     chi qua chi là si spargono, ed han tosto
     preso ogni passo onde si possa uscire.
     Da loro il capitan poco discosto,
     più degli altri è sollicito a seguire;
     ch’in tal guisa vedendoli temere,
     certo è che sian de le nimiche schiere.

192 Era a quel tempo ivi una selva antica,
     d’ombrose piante spessa e di virgulti,
     che, come labirinto, entro s’intrica
     di stretti calli e sol da bestie culti.
     Speran d’averla i duo pagan sì amica,
     ch’abbi a tenerli entro a’ suoi rami occulti.
     Ma chi del canto mio piglia diletto,
     un’altra volta ad ascoltarlo aspetto.


    1 Alcun non può saper da chi sia amato,
     quando felice in su la ruota siede:
     però c’ha i veri e i finti amici a lato,
     che mostran tutti una medesma fede.
     Se poi si cangia in tristo il lieto stato,
     volta la turba adulatrice il piede;
     e quel che di cor ama riman forte,
     ed ama il suo signor dopo la morte.

   2 Se, come il viso, si mostrasse il core,
     tal ne la corte è grande e gli altri preme,
     e tal è in poca grazia al suo signore,
     che la lor sorte muteriano insieme.
     Questo umil diverria tosto il maggiore:
     staria quel grande infra le turbe estreme.
     Ma torniamo a Medor fedele e grato,
     che ’n vita e in morte ha il suo signore amato.

   3 Cercando già nel più intricato calle
     il giovine infelice di salvarsi;
     ma il grave peso ch’avea su le spalle,
     gli facea uscir tutti i partiti scarsi.
     Non conosce il paese, e la via falle,
     e torna fra le spine a invilupparsi.
     Lungi da lui tratto al sicuro s’era
     l’altro, ch’avea la spalla più leggiera.

   4 Cloridan s’è ridutto ove non sente
     di chi segue lo strepito e il rumore:
     ma quando da Medor si vede assente,
     gli pare aver lasciato a dietro il core.
     - Deh, come fui (dicea) sì negligente,
     deh, come fui sì di me stesso fuore,
     che senza te, Medor, qui mi ritrassi,
     né sappia quando o dove io ti lasciassi! -

   5 Così dicendo, ne la torta via
     de l’intricata selva si ricaccia;
     ed onde era venuto si ravvia,
     e torna di sua morte in su la traccia.
     Ode i cavalli e i gridi tuttavia,
     e la nimica voce che minaccia:
     all’ ultimo ode il suo Medoro, e vede
     che tra molti a cavallo è solo a piede.

   6 Cento a cavallo, e gli son tutti intorno:
     Zerbin commanda e grida che sia preso.
     L’infelice s’aggira com’un torno,
     e quanto può si tien da lor difeso,
     or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno,
     né si discosta mai dal caro peso.
     L’ha riposato al fin su l’erba, quando
     regger nol puote, e gli va intorno errando:

   7 come orsa, che l’alpestre cacciatore
     ne la pietrosa tana assalita abbia,
     sta sopra i figli con incerto core,
     e freme in suono di pietà e di rabbia:
     ira la ’nvita e natural furore
     a spiegar l’ugne e a insanguinar le labbia;
     amor la ’ntenerisce, e la ritira
     a riguardare ai figli in mezzo l’ira.

   8 Cloridan, che non sa come l’aiuti,
     e ch’esser vuole a morir seco ancora,
     ma non ch’in morte prima il viver muti,
     che via non truovi ove più d’un ne mora;
     mette su l’arco un de’ suoi strali acuti,
     e nascoso con quel sì ben lavora,
     che fora ad uno Scotto le cervella,
     e senza vita il fa cader di sella.

   9 Volgonsi tutti gli altri a quella banda
     ond’era uscito il calamo omicida.
     Intanto un altro il Saracin ne manda,
     perché ’l secondo a lato al primo uccida;
     che mentre in fretta a questo e a quel domanda
     chi tirato abbia l’arco, e forte grida,
     lo strale arriva e gli passa la gola,
     e gli taglia pel mezzo la parola.

10  Or Zerbin, ch’era il capitano loro,
     non poté a questo aver più pazienza.
     Con ira e con furor venne a Medoro,
     dicendo: - Ne farai tu penitenza. -
     Stese la mano in quella chioma d’oro,
     e strascinollo a sé con violenza:
     ma come gli occhi a quel bel volto mise,
     gli ne venne pietade, e non l’uccise.

11   Il giovinetto si rivolse a’ prieghi,
     e disse: - Cavallier, per lo tuo Dio,
     non esser sì crudel, che tu mi nieghi
     ch’io sepelisca il corpo del re mio.
     Non vo’ ch’altra pietà per me ti pieghi,
     né pensi che di vita abbi disio:
     ho tanta di mia vita, e non più, cura,
     quanta ch’al mio signor dia sepultura.

12    E se pur pascer vòi fiere ed augelli,
     che ’n te il furor sia del teban Creonte,
     fa lor convito di miei membri, e quelli
     sepelir lascia del figliuol d’Almonte. -
     Così dicea Medor con modi belli,
     e con parole atte a voltare un monte;
     e sì commosso già Zerbino avea,
     che d’amor tutto e di pietade ardea.

13   In questo mezzo un cavallier villano,
     avendo al suo signor poco rispetto,
     ferì con una lancia sopra mano
     al supplicante il delicato petto.
     Spiacque a Zerbin l’atto crudele e strano;
     tanto più, che del colpo il giovinetto
     vide cader sì sbigottito e smorto,
     che ’n tutto giudicò che fosse morto.

14   E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse,
     che disse: - Invendicato già non fia! -
     e pien di mal talento si rivolse
     al cavallier che fe’ l’impresa ria:
     ma quel prese vantaggio, e se gli tolse
     dinanzi in un momento, e fuggì via.
     Cloridan, che Medor vede per terra,
     salta del bosco a discoperta guerra.

15   E getta l’arco, e tutto pien di rabbia
     tra gli nimici il ferro intorno gira,
     più per morir, che per pensier ch’egli abbia
     di far vendetta che pareggi l’ira.
     Del proprio sangue rosseggiar la sabbia
     fra tante spade, e al fin venir si mira;
     e tolto che si sente ogni potere,
     si lascia a canto al suo Medor cadere.

L'Infinito

G. Leopardi, L'infinito

 
Sempre caro mi fu quest'ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s'annega il pensier mio:
e il naufragar m'è dolce in questo mare.

Analisi ed interpretazioni

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