Abraam Giudeo

G. Boccaccio, Decameron, Giornata I - Novella II.

Abraam giudeo, da Giannotto di Civignì stimolato, va in corte di Roma; e veduta la malvagità de' cherici, torna a Parigi e fassi cristiano.

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Melchisedec

G. Boccaccio, Decameron, Giornata I - Novella III.

Melchisedech giudeo, con una novella di tre anella, cessa un gran pericolo dal Saladino apparecchiatogli.

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Pace non trovo...

Lawrence Brownlee sings Liszt - Petrarca Sonett Nr. 1, Pace non trovo, 2010.

F. Petrarca, Canzoniere, CXXXIV

   Pace non trovo, e non ho da far guerra;
e temo, e spero; et ardo, e son un ghiaccio;
e volo sopra 'l cielo, e giaccio in terra;
e nulla stringo, e tutto 'l mondo abbraccio.               4
   
   Tal m’ha in pregion, che non m’apre né serra,
né per suo mi ritèn né scioglie il laccio;
e non m’ancide Amore, e non mi sferra,
né mi vuol vivo né mi trae impaccio.                          8
   
   Veggio senza occhi, e non ho lingua, e grido;
e bramo di perir, e cheggio aita;
et ho in odio me stesso, et amo altrui.                     11
   
   Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte e vita:
in questo stato son, donna, per vui.                        14 


Un conflitto insoluto

“Stupii, lo confesso; e pregato mio fratello che desiderava udire altro di non disturbarmi, chiusi il libro, sdegnato con me stesso dell’ammirazione che ancora provavo per cose terrene quando già da tempo, dagli stessi filosofi pagani, avrei dovuto imparare che niente è da ammirare tranne l’anima, di fronte alla cui grandezza non c’è nulla di grande.” (Le Familiari).
Queste righe sintetizzano in poche parole la complessa poetica di Francesco Petrarca, integerrimo scrittore del Trecento italiano, periodo segnato dalla nascita del “preumanesimo”. Il cardine intorno al quale ruota il tema petrarchesco principale affonda le proprie radici nella problematica psicologica dell’autore stesso, caratterizzata da una continua lotta e da una frequente conflittualità tra aspetti antitetici, ma, nello stesso tempo, complementari della sua personalità. Ci troviamo in presenza di un uomo in balia del proprio destino che non sa scegliere tra i beni terreni, vani e illusori, e i beni spirituali che invece portano all’elevazione dell’anima.


Il sonetto intitolato 'Pace non trovo, et non ò da far guerra', costituito da uno schema di rime alternate (ABAB, ABAB, CDE, CDE) con una rima interna 'ghiaccio' (v. 2 ), 'giaccio' (v. 3) secondo la struttura del genere di origine provenzale “de oppositis”, presenta la produzione di effetti contrastanti nell’inconscio del poeta dovuta alla natura atipica dell’amore personificato. Quest’ultimo non è più inteso come un sentimento puro e nobilitante, com’era stato per le precedenti correnti letterarie, ma come qualcosa di mondano e secolare, un attaccamento troppo spregiudicato ai beni terreni che imprime sofferenza e negatività nell’animo dell’autore-protagonista. D’altronde è da considerare che se il tema amoroso è sviluppato nel Canzoniere sulla traccia della lezione stilnovista, ne viene però, abbandonato, anzi, per certi versi, capovolto il presupposto teologico. Laura è amata per la sua bellezza e, anche quando viene definita 'angelo', ciò avviene in termini metaforici, in quanto riferiti ad una passione terrena.
L’amore di Petrarca per Laura, quindi, al contrario di quello di Dante per Beatrice, è considerato un ostacolo all’amore per Dio. Si potrebbe parlare di un conflitto insoluto tra il fascino delle passioni terrene e le aspirazioni ascetiche, alimentato dalla costante meditazione sulla morte e la vanità del mondo. Le conseguenze di sdoppiamento che la passione stessa produce nella psiche sono enumerate, nel sonetto in questione, come un vero catalogo delle contraddizioni interiori. Il poeta è tormentato in quanto non trova pace e non ha armi per combattere. La causa di questa sua condizione dimidiata è Laura che, sebbene soltanto accennata nel componimento per mezzo del pronome 'voi' (v. 14), rappresenta l’allegoria della passione e della peccaminosità. La colpevolezza, per così dire, di Laura sembra quasi accentuata dall’uso anomalo della rima siciliana che oppone 'altrui' (v. 11) a 'voi' (v. 14) a sottolineare il contrasto tra l’amore “giusto” per gli altri e l’ “odio” per se stesso provocato da una donna. Questa donna, volutamente senza nome, per trasferire su un piano di oggettività un sentimento soggettivo, l’ha rinchiuso in una prigione (metafora atta a sottolineare la sua brutalità e la sua capacità di persuadere) e Amore, invece di liberarlo, lo getta ancora di più in una situazione peccaminosa (“mi trae d’impaccio” v. 8). Nello stesso tempo, però, egli ama la donna, sebbene sia stata la ragione della sua deriva psicologica e morale.
Laura è lo stereotipo di un’altra visione della duplicità umana: è bella, ma, nello stesso tempo, è crudele, causa di sofferenza e di scissione interiore, originata dal desiderio inappagato suscitato dalla bellezza sensuale della donna stessa. Con una rilevante analogia con le “rime petrose” dantesche, si potrebbe parlare della presenza di “due Laure”, non solo in questo sonetto, ma nel Canzoniere in generale: una benefica, rasserenante, che si avvicina alla donna stilnovista, ed una “petrosa”, in quanto fonte di angoscia per l’amante. Questa situazione paradossale si rifà al tema della disgregazione dell’io che prende forma, nel sonetto, in una sorta di radiografia del bifrontismo petrarchesco. Esso, infatti, è costruito totalmente sulla figura dell’antitesi, con l’accostamento, cioè, di periodi in opposizione tra loro, per esprimere maggiormente, con efficacia insuperabile, i contrasti psicologici della passione amorosa per cui, pur riconoscendo che l’amore è peccato, la sofferenza non cancella il desiderio.
La lirica, inoltre, come luogo di eterna scissione, può essere considerata un ritratto interiore di Petrarca, uomo della contraddizione, dell’indecisione, dell’inquietudine. L’autore, nello stesso tempo, contrappone due concetti sul piano del significato attraverso antitesi, talora ossimoriche: “piangendo rido” (v. 12), ma li coordina, a livello sintattico, grazie all’uso frequente della paratassi (“Pace … et … guerra”, v. 1; “et volo… et giaccio”, v. 3) e, in alcuni casi, anche a livello fonico, mettendoli in assonanza “pace-guerra” (v .1) e “temo-spero” (v. 2). L’indissolubilità degli stati d’animo contrari è efficacemente espressa dalla presenza di un particolare effetto metrico. Spesso, infatti, le due parti del verso, nettamente contrapposte dalla cesura, sono, in realtà, contemporaneamente unite dalla sinalefe.
Ottimamente il critico Emilio Bigi afferma: “Non coglierebbe il carattere specifico dell’antitesi petrarchesca chi si limitasse a porne in rilievo il movimento di analisi e di opposizione psicologica, così come non giungerebbe ancora al centro della poesia del Canzoniere chi insistesse unicamente su un dissidio o un contrasto. In verità nell’antitesi, […] al movimento di analisi e di opposizione si lega indissolubilmente un secondo e inverso movimento, altrettanto tipicamente petrarchesco, che si potrebbe chiamare di ricomposizione e di armonizzazione, che tende cioè a trasformare gli elementi analizzati e opposti in termini perfettamente bilanciati di dolce ed elastica simmetria, di equilibrio euritmico”.


La sola subordinata presente nel sonetto “Tal m’à in pregion, che non m’apre…” (v .5), non a caso si trova proprio nel punto in cui il poeta definisce l’amore per Laura come prigione dell’anima. L’effetto di elenco-catalogo, nel quale sembra trasparire non solo una certa volontà classificatoria ma anche una traccia di artificiosità e persino di gioco stilistico, continua con la combinazione delle antitesi, lungo l’intero componimento, con altre figure stilistiche.
Da notare in particolare i chiasmi (Pace … trovo / ò … guerra, v. 1), cui si contrappongono dei parallelismi (et volo…, et giaccio ..., v. 3). Del tutto originale è l’espressività del testo petrarchesco determinata sia dal ritmo impartito all’interno del verso dalla cesura, che spesso coincide anche con la pausa grammaticale della virgola, sia dall’incalzare concitato del polisindeto (v. 1-4, 6, 9-11).
La musicalità su cui è giocato il testo traspare, poi, grazie all’allitterante ripetizione del pronome “mi”, attraverso il quale l’autore vuole indicare al pubblico che il vero soggetto dell’opera non è Laura, bensì la sua interiorità (“m’à in pregion / m’apre”, v. 5; “m’ancide Amore / et non mi…”, v. 7).
In effetti, al centro dell’ispirazione poetica, più che la figura di Laura che spesso appare solo evocata nella lontananza del ricordo, stanno le contraddizioni che essa, in vita come dopo la morte, contribuisce a mettere a nudo nell’animo del poeta fra riso e pianto, gioia e angoscia, speranza e timore, pace e guerra. In ultima analisi il conflitto presente nel Canzoniere e in questo testo esemplarmente espresso, traduce in poesia il contrasto tra cielo e terra già evidenziato nel Secretum.
Attenendosi alla sua natura di monostilista e monolinguista, Petrarca non usa un lessico di registro particolarmente aulico, ma un linguaggio semplice, destinato, però, a un pubblico limitato, capace di conoscere l’amore e l’interiorità umana. Dalla lettura del sonetto si può evincere che il poeta non è più una guida che può offrire modelli da seguire come nell’esempio stilnovistico, ma sperimenta lacerazioni e rinnova dubbi, cercando delle pur difficili sintesi fra ideali classici e morale cristiana. L’io, soggetto e oggetto del discorso, pur parlando di sé, non dice, ma si confessa, cercando di identificarsi con i suoi lettori. L’esperienza d’amore è ora percepita come condizione psichica perennemente contraddittoria di avvicinamento e di fuga, dove sia la lontananza sia la prossimità hanno effetti dolorosi e sconvolgenti. L’unica esperienza di pienezza amorosa è, per il poeta, il rifugio nella visione interiore: in tal modo egli si chiude nella prigione di un’interiorità malata e senza scampo, dove l’amore non è dialogo, apertura verso l’altro, ma continuo soliloquio con se stesso, con la propria anima.
Nasce così il profilo del moderno malinconico, ossessivamente ripiegato sul suo amoroso pensiero, all’impossibile ricerca del proprio oggetto d’amore. Per questo, come dice Santagata, mentre nella poesia di Petrarca i temi, le immagini, il lessico stesso della sofferenza amorosa conoscono un incremento senza precedenti, decresce nettamente il tasso di fisicità del dolore.

Secoli dopo, nel saggio “Lutto e malinconia”, Freud illuminerà il nesso tra mal d’amore e malinconia esistenziale. Se la pulsione amorosa - egli osserva - privata del proprio oggetto, non si sposta su un altro oggetto, “l’ombra dell’oggetto perduto allora ricade sull’Io” come esperienza di un' irrimediabile “mancanza”. E l’amore come mancanza segna la nascita del moderno.

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