La bella giornata

Raffaele La Capria, La bella giornata, in La neve del Vesuvio, 1988.

Con lo spiedo nel pugno e trattenendo il fiato si accostò alle tane. Il granchio doveva aver avvertito qualcosa, s'era già messo in guardia come un pugile, le pinze al posto dei guantoni. Tutto raccolto in se stesso, compatto, aspettava.

Ma costretto dalla fenditura non aveva gioco, nessuna via d'uscita. Tonino lo puntò, spinse la punta dello spiedo nella corazza. Era dura, faceva resistenza, e lui spinse ancora e la sentì crocchiare rotta dal ferro, crac! Con le due pinze protese il granchio afferrò lo spiedo che lo trafiggeva, lo attanagliò con tutta la forza che aveva, per spezzarlo, per trattenerlo, per allontanarlo da sè. Si difese fino all'ultimo, e quanta vita ci metteva in quella impossibile impari lotta! Con la corazza sfondata da uno squarcio da cui veniva fuori una materia giallina, se ne stava abbarbicato alla sua tana, e per tirarlo fuori Tonino dovette accanirsi e trafiggerlo più volte da parte a parte. Quando alla fine ci riuscì si accorse che non era un granchio grosso come aveva creduto. Era un cosino da nulla, su cui aveva infierito. L'aveva fatto a pezzi, dilaniato, smembrato, e perché? Perché?
Ebbe uno scatto d'ira contro se stesso, contro lo stupido impassibile azzurro che avvolgeva il mondo come un guscio trasparente, e buttò via lo spiedo tra gli scogli e i resti del granchio a mare. Mentre affondavano tanti pesciolini velocissimi corsero a divorarli. Un gabbiano volò basso, fece: Cra cra cra!
Tonino alzò gli occhi e vide l'aria offuscarsi, vide una crepa nera che attraversava il cielo a zig zag come un lampo.
Cra, cra, cra, cra!, la giornata perfetta come un uovo s'è rotta, tutta l'armonia del giorno è distrutta da una sola pennellata sbagliata.

 

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