Racconto di un naufrago

Gabriel García Márquez, Racconto di un naufrago, 1970.

Alle quattro del pomeriggio il vento si calmò. Poiché non vedevo altro che acqua e cielo e non avevo punti di riferimento, trascorsero più di due ore prima che mi rendessi conto che la zattera stava avanzando.

Ma in realtà, dal momento in cui ero salito, essa aveva incominciato a muoversi in linea retta, spinta dal vento, a una velocità maggiore di quella che avrei potuto imprimerle coi remi. Non avevo però la minima idea né della direzione né della posizione in cui mi trovavo. Non sapevo se la zattera avanzava verso la costa o andava al largo. Quest’ultima ipotesi mi sembrava la più probabile. Credevo impossibile che il mare rigettasse a terra una cosa lontana duecento miglia dalla costa, tanto meno se quella cosa era pesante come un uomo in una zattera.
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Cominciai a sentir freddo. È impossibile rimanere asciutto un minuto su una zattera. Anche quando ci si siede sul bordo, metà del corpo resta dentro l’acqua, perché il fondo della zattera pende come un canestro, più di mezzo metro sotto la superficie. Alle otto di sera l’acqua era meno fredda dell’aria. Sapevo che sul fondo della zattera sarei stato al sicuro dagli animali, perché la rete che la protegge impedisce loro di avvicinarsi. Ma è una cosa che si impara a scuola e che si crede a scuola, quando l’istruttore esegue la dimostrazione con un modello ridotto di zattera, e si sta seduti nel banco, fra quaranta compagni e alle due del pomeriggio. Ma quando si è soli nel mare, alle otto di sera e senza speranza, si pensa che nelle parole dell’istruttore non vi è alcuna logica. Io sapevo di avere la metà del corpo in un mondo che non apparteneva agli uomini ma agli animali del mare e nonostante il vento gelido che mi frustava la camicia non osavo muovermi dal bordo. Secondo l’istruttore, quello è il posto meno sicuro della zattera. Con tutto ciò, soltanto lì io mi sentivo più lontano dagli animali: quegli animali enormi e sconosciuti che sentivo passare misteriosamente accanto alla zattera.
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Non fece giorno lentamente, come sulla terraferma. Il cielo divenne pallido, scomparvero le prime stelle, mentre continuavo a guardare l’orologio e, dopo, l’orizzonte. Apparvero i contorni del mare. Erano trascorse dodici ore, ma mi sembrava impossibile. È impossibile che la notte sia tanto lunga quanto il giorno. Bisogna aver trascorso una notte in mare, seduto su una zattera contemplando un orologio, per sapere che la notte è smisuratamente più lunga del giorno. Ma all’improvviso incomincia a far giorno, e allora uno si sente troppo stanco per sapere che sta facendo giorno. Fu quello che mi accadde in quella prima notte della zattera. Quando incominciò a far giorno, nulla aveva più importanza per me. Non pensai né all’acqua né al cibo. Non pensai a niente fino a quando il vento incominciò a diventare tiepido e la superficie del mare divenne liscia e dorata. Non avevo chiuso occhio un secondo in tutta la notte, ma in quell’istante sentii come se mi fossi svegliato. Quando mi stirai le ossa mi dolevano. Mi faceva male la pelle. Il giorno però era splendente e tiepido, e in mezzo al chiarore, al rumore del vento che incominciava a levarsi, sentivo di avere nuove energie per aspettare. Anche la sensazione di solitudine era sparita. In quel momento, per la prima volta nei miei venti anni di vita, mi sentii perfettamente felice.
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Fu il primo animale che vidi, quasi trenta ore dopo che mi trovavo nella zattera. La pinna di un pescecane infonde terrore perché è nota la voracità di questo pesce. Ma realmente niente sembra più inoffensivo della pinna di un pescecane. Non somiglia a qualcosa che appartiene a un animale e meno ancora a un animale feroce. È verde e ispida come la corteccia di un albero. Quando la vidi passare, sfiorando la fiancata, ebbi la sensazione che avesse un sapore fresco e un po’ amaro, come quello di una corteccia vegetale. Erano le cinque passate. Il mare era tranquillo al calare della sera. Altri pescicani si avvicinarono alla zattera, pazientemente, e continuarono a girarle attorno fin quando fu completamente notte. Non c’era più luce, ma io li sentivo roteare nell’oscurità, fendendo la superficie tranquilla col filo delle loro pinne. Da quel momento non tornai più a sedermi sul bordo dopo le cinque della sera. Domani, dopodomani e per quattro giorni ancora, avrei avuto sufficiente esperienza per sapere che i pescicani sono degli animali puntuali: sarebbero arrivati poco dopo le cinque per scomparire con l’oscurità. All’imbrunire, l’acqua trasparente offre un bellissimo spettacolo. Pesci di tutti i colori si avvicinavano alla zattera. Enormi pesci gialli e verdi, pesci a strisce azzurre e rosse, rotondi, piccolissimi, accompagnavano la zattera fino al calar della notte. A volte si vedeva un lampo metallico, un fiotto di acqua sanguinolenta cadeva dentro la zattera e i pezzi di un pesce squarciato dal pescecane galleggiavano per un secondo vicino alla zattera. Allora un’incalcolabile quantità di pesci minori si precipitavano sui resti. In quel momento io avrei venduto l’anima per il pezzo più minuscolo degli avanzi del pescecane. Era la mia seconda notte in mare. Notte di fame e di sete e di disperazione. Mi sentii abbandonato. Soltanto quella notte capii che l’unica cosa sulla quale potevo contare per salvarmi era la mia volontà e ciò che restava delle mie forze. Una cosa mi stupiva: mi sentivo un po’ debole, ma non sfinito. Da circa quaranta ore ero privo d’acqua e di cibo e inoltre da due giorni e due notti non dormivo, perché avevo vegliato tutta la notte prima dell’incidente. Eppure mi sentivo in grado di remare.
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Non so se dopo sette giorni senza mangiare, alla deriva nel mare, uno finisce per abituarsi a quella vita. Mi pare di sì. La disperazione del giorno precedente fu sostituita da una rassegnazione piacevole e senza senso. Ero sicuro che tutto era diverso, che il mare e il cielo avevano cessato di essermi ostili e che i pesci che mi accompagnavano nel viaggio erano pesci amici. Mie vecchie conoscenze da sette giorni. Quella mattina non pensai che sarei arrivato da qualche parte. Ero sicuro che la zattera si trovava in una zona priva di navi, nella quale si smarrivano anche i gabbiani. Pensavo, però, che dopo essere stato sette giorni alla deriva avrei finito per abituarmi al mare, al mio angoscioso modo di vita, senza bisogno di aguzzare l’ingegno5 per sopravvivere. Dopotutto ero sopravvissuto una settimana contro vento e marea. Perché non avrei potuto continuare a vivere indefinitamente in una zattera? I pesci nuotavano in superficie, il mare era limpido e sereno. C’erano tanti animali belli e curiosi intorno all’imbarcazione che mi sembrava di poter prendere con la mano. Non c’era nessun pescecane in vista. Fiducioso, misi la mano nell’acqua e cercai di afferrare un pesce rotondo, di un azzurro brillante, di non più di venti centimetri. Fu come se avessi tirato una pietra. Tutti i pesci si immersero precipitosamente. Scomparvero nell’acqua momentaneamente sconvolta. Poi, a poco a poco, tornarono alla superficie. Pensai che avevo bisogno di un po’ d’astuzia per pescare con le mani. Sotto l’acqua la mano non aveva né la stessa forza né la stessa abilità. Sceglievo un pesce nel mucchio. Cercavo di afferrarlo. E lo afferravo, in effetti. Ma me lo sentivo sfuggire fra le dita, con una rapidità e un’agilità che mi sconcertavano. Rimasi così, paziente, senza fretta, cercando di catturare un pesce. Non pensavo al pescecane, che forse era lì, nel fondo, aspettando che io affondassi il braccio sino al gomito per portarselo via con un morso ben dato. Fino a poco dopo le dieci mi dedicai all’impresa di catturare un pesce. Fu tutto inutile. Mi mordicchiavano le dita, prima dolcemente, come quando giocano con un’esca. Poi con più forza. Un pesce di mezzo metro, liscio e argentato, dai piccoli denti affilati, mi lacerò6 la pelle del pollice. Mi resi conto allora che i morsi degli altri pesci non erano stati inoffensivi. In tutte le dita avevo delle piccole lacerazioni sanguinanti.
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Non so se sia stato il mio sangue, ma un momento dopo ci fu tutto un accorrere di pescicani intorno alla zattera. Non ne avevo mai visti tanti. Né mai li avevo visti dar segno di tanta voracità. Saltavano come delfini, inseguendo e divorando pesci vicino al bordo. Spaventato, mi sedetti nell’interno della zattera e mi misi a contemplare il massacro. Tutto si verificò con tanta violenza che non mi resi conto del momento in cui il pescecane saltò fuori dall’acqua dando un forte colpo di coda, e la zattera traballando si immerse nella schiuma luccicante. In mezzo allo splendore della maretta che si accaniva contro il bordo, riuscii a veder un lampo metallico. Istintivamente, afferrai un remo e mi misi a vibrare colpi mortali: ero sicuro che il pescecane era entrato nella zattera. Ma in un attimo vidi l’enorme pinna che spuntava lungo il bordo e mi resi conto di ciò che era accaduto. Inseguito dal pescecane, un pesce brillante e verde, di circa mezzo metro di lunghezza, era saltato dentro la zattera. Con tutte le mie forze vibrai il primo colpo di remo sulla sua testa. Non è facile ammazzare un pesce stando in una zattera. A ogni colpo l’imbarcazione oscillava; minacciava di capovolgersi. Il momento era tremendamente pericoloso. Avevo bisogno di tutte le mie forze e di tutta la mia lucidità. Se vibravo i colpi all’impazzata, la zattera poteva capovolgersi. Io sarei caduto in un’acqua sconvolta da pescicani affamati. Ma se non colpivo con precisione, la preda mi sfuggiva. Ero tra la vita e la morte. O cadevo tra le fauci8 dei pescicani, o avevo quattro libbre di pesce fresco per saziare la mia fame di sette giorni. Mi appoggiai saldamente al bordo e vibrai il secondo colpo. Sentii il legno del remo penetrare nelle ossa della testa del pesce. La zattera ondeggiò. I pescicani si agitarono sotto il fondo. Ma io ero saldamente aggrappato al bordo. Quando l’imbarcazione recuperò la sua stabilità il pesce era ancora vivo al centro della zattera. Nell’agonia un pesce può saltare più alto e più lontano che mai. Sapevo che il terzo colpo doveva essere ben assestato o avrei perso la preda per sempre. Con un salto, mi accovacciai sul fondo, così avrei avuto maggiori possibilità di afferrare il pesce. Lo avrei catturato coi piedi, fra le ginocchia o coi denti, se fosse stato necessario. Mi assicurai saldamente al fondo. Cercando di non sbagliare, convinto che la mia vita dipendeva da quel colpo, lasciai cadere il remo con tutte le mie forze. Colpito, l’animale rimase immobile e un filo di sangue scuro colorò l’acqua della zattera. Io stesso sentii l’odore del sangue. Ma lo sentirono anche i pescicani. Allora per la prima volta, con quattro libbre di pesce a mia disposizione, provai un terrore incontenibile: resi folli dall’odore del sangue i pescicani si lanciavano con tutte le loro forze contro il fondo. La zattera oscillava. Io sapevo che da un momento all’altro avrebbe potuto capovolgersi. Sarebbe stata cosa di un secondo. In meno di un lampo sarei stato fatto a pezzi dalle tre file di denti d’acciaio che un pescecane possiede in ogni mandibola. Ma lo stimolo della fame era in quel momento superiore a ogni cosa. Strinsi il pesce fra le gambe e mi dedicai, oscillando, alla difficile impresa di equilibrare la zattera ogni volta che subiva un nuovo assalto degli squali. La cosa durò alcuni minuti. Ogni volta che l’imbarcazione si stabilizzava io buttavo fuori bordo l’acqua sanguinolenta. A poco a poco la superficie risultò pulita e gli squali si placarono. Ma dovevo stare attento: un’orribile pinna di pescecane – la più grande pinna di pescecane o di qualsiasi altro pesce che io abbia mai visto in vita mia – spuntava un metro più su del bordo. Nuotava placidamente, ma io sapevo che se avesse percepito di nuovo l’odore del sangue avrebbe dato uno scossone che avrebbe capovolto la zattera. Con grandi precauzioni mi disposi a squartare il mio pesce. Un animale di mezzo metro è protetto da una dura crosta di squame. Quando uno cerca di strapparle, sente che aderiscono alla carne come lamine d’acciaio. Io non disponevo di nessuno strumento tagliente. Cercai di togliergli le squame con le chiavi, ma non riuscii neppure a intaccarle. Nel frattempo mi resi conto di non aver mai visto un pesce come quello: era di un verde intenso, coperto da solide squame. Da bambino ho sempre messo in rapporto il verde coi veleni. È incredibile, ma nonostante lo stomaco si torcesse dolorosamente alla semplice prospettiva di un boccone di pesce fresco, ebbi un momento di esitazione all’idea che quello strano pesce fosse un animale velenoso.

 

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