Furto in una pasticceria

Italo Calvino, Furto in una pasticceria, in Ultimo viene il corvo, 1994.

Il Dritto arrivò al posto convenuto e gli altri lo stavano aspettando già da un po’. C’erano tutt’e due: Gesubambino e Uora‐uora. C’era tanto silenzio che dalla via si sentivano suonare gli orologi nelle case: due colpi, bisognava sbrigarsi se non si voleva farsi cogliere dall’alba.


‐ Andiamo, ‐ disse il Dritto.
‐ Dov’è? ‐ chiesero.
Il Dritto è uno che non spiega mai il colpo che ha intenzione di fare.
‐ Ora ci andiamo, ‐ rispose. E camminava in silenzio per le vie vuote come fiumi in secca, con la luna che li seguiva lungo i fili dei tram, il Dritto avanti con quei suoi occhi gialli mai fermi, e quel suo movimento alle narici che sembra che fiuti. Gesubambino lo chiamano così perché ha la testa grossa da neonato e il corpo tozzo; forse anche perché ha i capelli tagliati corti e un bel faccino coi baffetti neri. É tutto muscoli e si muove soffice che sembra un gatto; per arrampicarsi e raggomitolarsi non c’è nessuno come lui e quando il Dritto lo porta con sé c’è sempre una ragione.
‐ Sarà un buon colpo, Dritto? ‐ chiese Gesubambino.
‐ Se si fa, ‐ disse il Dritto, una risposta che non voleva dir niente. Ma intanto, per dei giri che sapeva solo lui, li aveva fatti scantonare in un cortile. I due capirono che c’era da lavorare in un retrobottega e Uora‐uora si fece avanti perché non voleva fare il palo. Il destino di Uora‐uora è fare il palo; il suo sogno sarebbe di entrare nelle case, frugare, riempirsi le tasche come gli altri, ma gli tocca sempre di fare il palo nelle strade fredde, nel pericolo delle pattuglie, battendo i denti perché non gelino e fumando per darsi un contegno. É un siciliano allampanato, Uora‐uora, con una faccia triste da mulatto e i polsi che gli sporgono dalle maniche. Quando c’è un colpo da fare si veste tutto elegante, non si sa perché: col cappello, la cravatta e l’impermeabile, e se c’è da scappare si prende le falde dell’impermeabile in mano che sembra voglia aprire le ali.
‐ A fare il palo, Uora‐uora, ‐ disse il Dritto, muovendo le narici. Uora‐uora s’allontanò mogio: sapeva che il Dritto può continuare a muovere le narici sempre più svelto, ma a un certo punto smette e tira fuori la rivoltella.
‐ Lì, ‐ disse il Dritto a Gesubambino.
C’era una finestrella alta da terra, con un cartone al posto del vetro sinistrato.
‐ Tu monti, entri e mi apri, ‐ disse. ‐ Bada a non accendere le luci che di fuori si vede.
Gesubambino si tirò su come una scimmia per il muro liscio, sfondò il cartone senza rumore e mise la testa dentro. Fin allora non s’era accorto dell’odore: respirò e gli salì alle narici una nuvola di quel profumo caratteristico dei dolci. Più che un senso d’ingordigia provò una trepida commozione, un senso di remota tenerezza.
«Ci devono essere dei dolci, qua dentro», pensò. Erano anni che non mangiava un po’ di dolci come si deve, forse da prima della guerra. Avrebbe frugato dappertutto finché non avesse trovato i dolci; sicuro. Si calò giù, nel buio; diede un calcio a un telefono, una scopa gli s’infilò nei pantaloni, poi fu a terra. L’odore di dolci era sempre più forte ma non si capiva da che parte venisse.
«Ci devono essere molti dolci, qui» pensò Gesubambino. Allungò una mano, cercando d’ambientarsi nel buio per raggiungere la porticina e aprire al Dritto. Subito ritirò la mano, con schifo: ci doveva essere una bestia davanti a lui, una bestia marina, forse, molle e vischiosa. Rimase con la mano in aria, una mano diventata appiccicaticcia, umida, come coperta di lebbra. Tra le dita sentì che gli era spuntato un corpo tondo, un’escrescenza, forse un bubbone. Sbarrava gli occhi nel buio ma non vedeva nulla, nemmeno a mettere la mano sotto il naso. Non vedeva nulla ma odorava: allora rise. Capì che aveva toccato una torta e sulla mano aveva crema e una ciliegia candita. Cominciò a leccarsi la mano, subito, e con l’altra continuava a brancolare intorno. Toccò un qualcosa di solido ma soffice, con un velo granuloso in superficie: un crafen! Sempre brancolando, se lo ficcò in bocca intero. Diede un piccolo grido di sorpresa, scoprendo che aveva la marmellata dentro. Era un posto bellissimo: in qualsiasi direzione s’allungasse la mano, nel buio, si trovavano nuove specie di dolciumi. Si sentì bussare a una porta, poco distante, con impazienza: era il Dritto che aspettava gli si aprisse. Gesubambino si diresse verso il rumore e le sue mani urtarono prima in meringhe, poi in croccanti. Aprì. La lampadina tascabile del Dritto gli illuminò la faccia coi baffetti già bianchi di crema.
‐ C’è pieno di dolci, qui! ‐ disse Gesubambino come se l’altro non lo sapesse.

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