Furto in una pasticceria - pag 2

 
‐ Non è tempo di dolci, ‐ fece il Dritto, scansandolo, ‐ non c’è tempo da perdere ‐.
E andò avanti rimestando nel buio col bastone di luce della lampadina. E in ogni punto che illuminava scopriva file di scaffali e sopra gli scaffali file di vassoi e sopra i vassoi file di paste allineate di tutte le forme e di tutti i colori e torte cariche di 3 creme che stillavano come cera da candele accese, e batterie schierate di panettoni e muniti castelli di torroni. Allora uno sgomento terribile s’impadronì di Gesubambino: lo sgomento di non avere il tempo di saziarsi, di dover scappare prima d’aver assaggiato tutte le qualità di dolci, d’avere sottomano tutta quella cuccagna solo per pochi minuti in vita sua. E più dolci scopriva più il suo sgomento aumentava, e ogni nuovo andito, ogni nuova prospettiva del negozio che appariva illuminata dalla pila del Dritto, gli si parava dinanzi come per chiudergli ogni strada. Si buttò sugli scaffali ingozzandosi di paste, cacciandone in bocca due, tre per volta, senza nemmeno sentirne il sapore, sembrava lottasse con i dolci, minacciosi nemici, strani mostri che lo stringevano d’assedio, un assedio croccante e sciropposo in cui doveva aprirsi il varco a forza di mandibole. I panettoni mezzo tagliati aprivano fauci gialle e occhiute contro di lui, strane ciambelle sbocciavano come fiori di piante carnivore; Gesubambino ebbe per un momento la sensazione che sarebbe stato lui a esser divorato dai dolci. Il Dritto lo tirava per un braccio.
‐ La cassa, ‐ disse, ‐ dobbiamo prendere la cassa. Ma intanto, passando, si ficcò in bocca un pezzo di pandispagna multicolore, e poi la ciliegina d’una torta, e poi una “brioche”, sempre con fretta, cercando di non distrarsi dal suo compito. Aveva spento la pila.
‐ Di fuori ci vedono come vogliono, ‐ disse.
Erano arrivati nel locale della pasticceria, con le bacheche di vetro e i tavolini di marmo. C’era la luce notturna della strada, perché le saracinesche erano a griglia e fuori si vedevano le case e gli alberi, con uno strano gioco d’ombre. Ora bisognava forzare la cassa.
‐ Tieni qua, ‐ disse il Dritto a Gesubambino dandogli la pila da reggere verso il basso perché non si vedesse da fuori. Ma Gesubambino con una mano teneva la pila e con l’altra annaspava intorno. Afferrò un plumcake intero e mentre il Dritto s’affannava coi suoi ferri alla serratura, cominciò a morsicarlo come fosse pane. Se ne stufò presto e lo lasciò sul marmo mezzo mangiato.
‐ Leva di lì! Guarda che porcaio fai! ‐ gli gridò a denti stretti il Dritto, che malgrado il suo mestiere aveva uno strano amore per il lavoro ordinato. Poi non resistette alla tentazione e si mise due biscotti in bocca, di quelli mezzo savoiardi mezzo di cioccolato, sempre senza smettere di lavorare. Ma Gesubambino, per avere le mani libere, aveva costruito una specie di paralume con pezzi di torrone e tovagliette da vassoio. Aveva visto certe torte con la scritta “buon onomastico”. Ci si aggirò intorno, studiando il piano d’attacco: prima le passò in rassegna con il dito e leccò un po’ di crema al cioccolato, poi ci affondò la faccia dentro cominciando a morderle dal centro una per una. Ma gli restava una smania che non sapeva come soddisfare, non riusciva a trovare il modo per goderle del tutto. Ora era carponi sul tavolo, con le torte sotto di sé: gli sarebbe piaciuto spogliarsi e coricarsi nudo sopra quelle torte, rivoltarcisi sopra, non doversene staccare mai. Di lì a cinque, dieci minuti, invece, tutto sarebbe finito: per tutta la vita le pasticcerie sarebbero tornate proibite per lui, come quando da bambino schiacciava il naso contro le vetrine. Almeno ci si potesse fermare tre, quattro ore...
‐ Dritto! ‐ fece. ‐ Se ce ne stiamo qui nascosti fino all’alba, chi ci vede?
‐ Non fare lo scemo, ‐ disse il Dritto che era riuscito a forzare il cassetto e stava frugando tra i biglietti. ‐ Qui bisogna portare via i piedi prima che arrivi la Celere.
Proprio in quel momento si sentì picchiare alla vetrina. Nella mezzaluna si vide Uora‐uora che bussava attraverso la griglia della saracinesca e faceva gesti. I due nella bottega ebbero un balzo ma Uora‐uora faceva segno di star calmi, e a Gesubambino di venire al suo posto, che lui sarebbe venuto lì. Gli altri gli mostrarono i pugni e i denti, e fecero segno di togliersi da davanti al negozio, se non gli dava di volta il cervello. Intanto il Dritto aveva scoperto che in cassa c’erano solo poche migliaia di lire e sacramentava, e se la pigliava con Gesubambino che non lo voleva aiutare.

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