Furto in una pasticceria - pag 3


Gesubambino sembrava fuori di sé: addentava strudel, piluccava zibibbi, leccava sciroppi, imbrattandosi e lasciando rimasugli sui vetri delle bacheche. Aveva scoperto che non aveva più voglia di dolci, anzi sentiva la nausea salirgli su per le volute dello stomaco, ma non voleva cedere, non poteva arrendersi ancora. E i crafen diventarono pezzi di spugna, le omelette rotoli di carta moschicida, le torte colarono vischio e bitume. Egli vedeva solo cadaveri di dolci, che putrefacevano stesi sui bianchi loro sudari, o che si disfacevano in torbida colla dentro il suo stomaco. Il Dritto prese a imbestialirsi contro la serratura d’un altro cassetto, dimentico ormai dei dolci e della fame. Fu allora che dal retrobottega entrò Uora‐uora bestemmiando in siciliano che nessuno lo capiva.
‐ La Celere? ‐ chiesero gli altri due, già pallidi.
‐ Il cambio! Il cambio! ‐ gemeva Uora‐uora nel suo dialetto, e s’affaticava a spiegare a furia di parole in “u” l’ingiustizia di lui digiuno nel freddo mentre loro s’ingozzavano di dolci.
‐ Va’ a fare il palo! Va’ a fare il palo! ‐ gli gridava Gesubambino con rabbia; la rabbia d’essere già sazio che lo faceva ancor più egoista e cattivo. Il Dritto capiva che dare il cambio a Uora‐uora sarebbe stato più che giusto, ma capiva anche che Gesubambino non si sarebbe lasciato convincere così facilmente, e senza palo non si poteva restare. Perciò tirò fuori la rivoltella e la puntò su Uora‐uora.
‐ Subito al tuo posto, Uora‐uora, ‐ disse.
Disperato, Uora‐uora pensò di far la sua provvista prima d’andarsene, e si radunò un mucchietto d’amaretti coi pinoli nelle grandi mani.
‐ E se ti pescano coi dolci in mano, scemo, cosa gli racconti, ‐ inveì ancora il Dritto. ‐ Lascia lì tutto e fila.
Uora‐uora piangeva. Gesubambino sentì d’odiarlo. Sollevò una torta col «buon compleanno» e gliela tirò in faccia. Uora‐uora avrebbe potuto benissimo schivarla, invece sporse la faccia in avanti per pigliarla in pieno, poi rise, con la faccia, il cappello, la cravatta impiastricciati di torta, e scappò via dandosi linguate fin sul naso e sugli zigomi. Alla fine il Dritto era riuscito a forzare il cassetto buono e stava intascando banconote, imprecando perché gli si appiccicavano alle dita sporche di marmellata.
‐ Dài, Gesubambino, è ora d’andarcene, ‐ disse.
Ma per Gesubambino tutto non poteva finire così: quella doveva essere una mangiata da raccontare per anni ai compagni e a Mary la Toscana. Mary la Toscana era l’amante di Gesubambino: aveva delle gambe lunghe e lisce e un corpo e un viso quasi equini. Gesubambino le piaceva perché si raggomitolava e s’arrampicava sul suo corpo come un grosso gatto. La seconda entrata di Uora‐uora interruppe il corso di questi pensieri.
Il Dritto tirò fuori la rivoltella, subito, ma Uora‐uora disse: ‐ La Celere! ‐ e scappò di corsa, svolazzando con le falde dell’impermeabile in mano. Il Dritto, raccolti gli ultimi biglietti, fu in due salti alla porta; e Gesubambino dietro. Gesubambino stava pensando a Mary: solo allora s’era ricordato che poteva portarle delle paste, che non le faceva mai regali, che forse lei ci avrebbe fatto su una scena. Tornò indietro, arraffò dei cannoli, se lì ficcò sotto la camicia, poi rapidamente pensò che aveva scelto le paste più fragili, ne cercò delle più solide e se ne infarcì il seno. In quella vide le ombre dei poliziotti sulla vetrina che s’agitavano e indicavano qualcuno in fondo alla via; e uno puntò un’arma in quella direzione e sparò. Gesubambino s’acquattò dietro a un banco. Non dovevano aver colpito il bersaglio: ora facevano gesti di dispetto e guardavano dentro. Poco dopo sentì che avevano 6 scoperto la porticina aperta, e che entravano. La bottega fu piena di poliziotti armati. Gesubambino stava aggomitolato, ma intanto, scoperta della frutta candita a portata delle sue braccia, per tenersi calmo s’ingozzava di cedri e bergamotti. Quelli della Celere constatavano il furto e le tracce della mangiata sugli scaffali. E così, distrattamente, cominciarono a portarsi alla bocca qualche pasticcino rimasto sbandato, badando bene a non confondere le tracce. Dopo qualche minuto, infervorati alla ricerca dei corpi del reato, erano tutti lì che mangiavano a quattro palmenti. Gesubambino masticava, ma gli altri masticavano più forte di lui e coprivano il rumore. E sentiva un denso liquefarsi tra pelle e camicia, e la nausea salirgli per lo stomaco. S’era tanto stordito a furia di canditi che tardò un po’ ad accorgersi che la via della porta era libera. Quelli della Celere dissero poi d’aver visto una scimmia col muso impiastricciato, che traversava a salti la bottega, rovesciando vassoi e torte. E prima che si fossero riavuti dallo stupore e spiccicate le torte di sotto i piedi lui s’era già messo in salvo. Da Mary la Toscana quando aprì la camicia si trovò col petto ricoperto da uno strano impasto. E rimasero fino al mattino, lui e lei, sdraiati sul letto a leccarsi e piluccarsi fino all’ultima briciola e all’ultimo rimasuglio di crema.

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