Il viaggiatore dalla voce profonda

Dacia Maraini, Il viaggiatore dalla voce profonda (da Viaggio in treno con suspence, 2012).

Il treno correva di notte sotto una pioggia torrenziale. Dall’interno si vedevano i finestrini neri rigati da gocce scintillanti che colavano veloci segnando il vetro per traverso. Jole Pontormo aveva preso posto al tavolo del vagone ristorante e consultava con attenzione il menú. Le piaceva leggere le descrizioni dei cibi.

Fosse stato per lei avrebbe ordinato tutti i piatti, e avrebbe assaggiato un boccone di ogni pietanza. Ma si tratteneva per non ingrassare. Da quando suo marito era sparito nelle Americhe, tendeva a mangiare sempre troppo. Le piaceva il cerimoniale che accompagnava i pranzi e le cene. Sapeva che avrebbe speso piú del dovuto per quel pranzo in treno, ma aveva deciso di concedersi quel lusso. Anche se poi l’avrebbe pagato con qualche sacrificio. Seduta in una carrozza di seconda classe non era riuscita a leggere in pace per le chiacchiere della gente. Ora si trovava di fronte a una tovaglia bianca, con un garofano rosso infilato in una bottiglietta trasparente e aveva preso in mano con ingordigia il menú. Un elegante quadernetto di cartoncino giallo decorato di fiori rosa su cui, a caratteri barocchi, in un inchiostro azzurro, erano elencate le specialità del giorno: vol-au-vent ripieni di besciamella e funghi, spaghetti al sugo di lepre, cappellacci di zucca. E poi, a scelta: vitel tonnè, manzo al limone di Sorrento, baccalà alla vicentina. Insalate di stagione. Ma quello che piú le piaceva erano i dolci. Col dito seguiva le proposte: cake di cioccolata dal cuore fondente. Già ne percepiva il profumo. Ma la panna dov’era? Senza panna un tortino di cioccolata non è un vero tortino. E poi: involtino di frutta secca con crema di fragola, fagottini di mele al profumo di rose, parfait di mandorle in nido croccante. Jole Pontormo aveva chiuso gli occhi assorbendo gli odori che le parole le suggerivano. Proprio in quel momento sentí una voce maschile che diceva: «Permette?». Aprí gli occhi sognanti e vide un uomo alto e magro con una borsa in mano che si chinava con un gesto cortese, sussiegoso. Cosa vuole questo? Era stato il primo pensiero. Ma poi si era guardata intorno e aveva dovuto ammettere che non c’erano piú posti nel vagone ristorante. Tutti i tavoli nel frattempo si erano riempiti e il solo spazio rimasto vuoto era quello di fronte al suo. «Prego!» disse con voce indispettita. L’uomo, con gesti lenti, si sfilò il cappotto e lo appese al gancio sulla parete. Quindi si sedette con fare delicato e cauto sulla seggiolina imbottita. Jole Pontormo alzò lo sguardo sul suo dirimpettaio. L’uomo era vestito con una eleganza un poco impettita: giacca blu su pantaloni grigi, camicia candida, cravatta a righe verdi e azzurre. Aveva i capelli castani che gli scivolavano sulla fronte ampia e severa. Portava gli occhiali da miope. La bocca era stretta, le labbra sottili e taglienti come di uno abituato a comandare. Ora mi toccherà pure impegnarmi in una banale conversazione sul tempo, si disse lei sospirando. E continuò a fissare il menú cercando di concentrarsi. Il silenzio fu rotto da una voce che a Jole Pontormo parve di conoscere. Ma dove l’aveva sentita? Delle note lontane e stridenti che provenivano da una memoria sepolta. L’uomo prese a parlare con un leggero accento veneto.
«Questo treno che corre nella notte ha qualcosa di misterioso. Non le pare di essere sospesa nel vuoto fra queste finestre scure rigate d’argento?».
Jole Pontormo rimase interdetta a fissare il menú. Chi era quell'uomo? Dove aveva gia' sentito quella voce?