Il viaggiatore dalla voce profonda - pag 5

Le venne in mente il giorno piú terribile della sua vita. La banca dove aveva appena ritirato i soldi della pensione del marito, un irrompere di giovani che imbracciavano mitragliatrici e pistole. Ordini secchi. Le casse che si chiudevano automaticamente, l’allarme che partiva. Il direttore che urlava mentre un uomo alto, dai jeans sdruciti e le scarpe da ginnastica bianche le puntava una pistola alla tempia. Quell’uomo parlava, parlava. Non ha mai ricordato cosa dicesse, ma parlava con il direttore, dava ordini brutali... Ricorda a stento che le aveva strappato dalle mani i pochi biglietti da cento piegati dentro la ricevuta, e nel farlo l’aveva rabbiosamente spinta per terra. Subito dopo si era avventato sul direttore costringendolo a riaprire le casse, e alla fine, quando il direttore aveva fatto un gesto azzardato, gli aveva sparato sulle gambe senza pietà.
Una coincidenza assurda. L’uomo seduto di fronte a lei certamente assomigliava molto a quell’altro, ma non poteva che trattarsi di un caso. Come poteva, una persona cosí gentile, cosí colta, che parlava quasi in versi, che sapeva tutto sulle costellazioni, avere rapinato una banca in pieno giorno, senza nemmeno coprirsi col passamontagna? Tanto sicuro di sé da camminare in pieno giorno a testa alta, con quei capelli castani, lucidi e setosi che gli cascavano di continuo sulla fronte ampia. No, non poteva essere, la sua memoria la stava ingannando.
L’uomo si accorse del suo turbamento e si sporse verso di lei con fare premuroso: «Qualcosa che non va?».
«No, è che lei assomiglia a un uomo che... che... beh, che mi ha fatto molta paura una mattina in una banca... ma sono sogni, visioni...».
«Una rapina in banca? Beh, perchè no, potrei benissimo essere io! Oltre che ai cavalli mi dedico anche alle rapine in banca. Ne ho già rapinate sette. Non mi crede? M’infilo dei jeans sdruciti, mi metto un paio di scarpe da ginnastica e via, a rapinare banche... Anzi, vuole vedere i miei strumenti, stanno dentro quella borsa».
L’uomo rise con una tale tranquillità e gioiosità, da rassicurare del tutto Jole Pontormo. La quale alzò timidamente il calice e disse in un soffio: «Ha ragione, ho le visioni. Alla salute!».
«Alla salute!» ripetè lui alzando il calice. Mandò giú in pochi sorsi tutto il vino che si trovava nel bicchiere.
Intanto erano quasi arrivati. L’uomo – ma come si chiamava? Nonostante l’invito alla scuderia, non glielo aveva detto – si infilò il cappotto di cashmere, la aiutò a indossare l’imbottita di plastica color fucsia, sollevò da terra la borsa che appariva davvero pesante e si avviarono ciascuno verso il proprio vagone.
«Arrivederci!» disse lei quando si aprirono le porte all’interno della stazione.
«Arrivederci, signora Pontormo!» aveva gridato lui mentre scendeva con un salto dal predellino e spariva nella folla della stazione.
Jole rimase in piedi come una scema, vicino alla valigia, le scarpe inchiodate al pavimento. Come faceva a sapere che si chiamava Pontormo?

gattopardo2.jpg
america2.jpg