Il viaggiatore dalla voce profonda - pag 6

E improvvisamente le era tornato in mente che l’uomo in banca le aveva strappato dalle mani la ricevuta della pensione del marito con il nome scritto sopra. E ricordava la voce. Era proprio quella voce, anche se il tono era un altro. Ora era sicura che si trattava di lui.
Ma dove sarà sparito? E poi perché l’aveva voluta ingannare cosí perfidamente? Era stato solo un caso il loro incontro o quell’uomo l’aveva seguita e aveva inscenato quel teatro per darle una lezione? Per mostrarle che anche i rapinatori possono essere persone colte, raffinate che sanno come mangiare e come bere?
Ricordò improvvisamente una intervista che aveva dato a un giornale poco dopo il fatto. Al cronista, che le chiedeva cosa pensasse dell’uomo che l’aveva rapinata e buttata per terra lussandole una spalla, aveva risposto: «Un bruto, un ignorante, si vedeva lontano un miglio che era analfabeta, uno cresciuto in mezzo alla strada».
«E cosa diceva quando parlava durante la rapina?».
Non se lo ricordava, ma le era parsa una voce rozza, da reietto di periferia. Cosí aveva detto al giornalista.
E ora sapeva con certezza che l’uomo dei cavalli aveva letto quelle parole.
Prese la valigia, scese dal treno e si diresse verso la polizia. Ma cosa avrebbe deposto? Che aveva cenato in treno con l’uomo che un anno prima aveva rapinato la banca vicino casa e l’aveva gettata per terra strappandole dalle mani la pensione del marito? Ma se non sapeva nemmeno come si chiamava! C’era la storia dei cavalli, certo, ma probabilmente era tutta inventata. Cosa poteva dire? Che quello che aveva creduto un bruto analfabeta era un signore elegante e colto che parlava di stelle e conosceva le poesie a memoria? Era poco, era veramente poco.

 

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