Un paio di occhiali - pag 3


La marchesa era là, col suo vestito di seta nera, la cravattina di pizzo bianco, con quel suo aspetto maestoso e benigno, che incantava Eugenia, le mani bianche e piene di gioielli; ma il viso non si vedeva bene, era una macchia bianchiccia, ovale. Là sopra, tremavano delle piume viola.
— Sentite, dovreste rifarmi il materasso del bambino... potete salire verso le dieci e mezza?
— Con tutto il cuore, ma io sarei disposto nel pomeriggio, signora marchesa...
— No, don Peppino, di mattina deve essere. Nel pomeriggio viene gente. Vi mettete sul terrazzo e lavorate. Non vi fate pregare... fatemi questo favore... Ora sta suonando la messa. Quando sono le dieci e mezza, mi chiamate...
E, senza aspettare risposta, si allontanò, scansando accortamente un filo d'acqua gialla che scorreva da un terrazzino e aveva fatto una pozza a terra.
— Papà, — disse Eugenia andando dietro a suo padre che rientrava nel basso, — la marchesa quant'è buona! Vi tratta come un galantuomo. Il Signore glielo deve rendere!
— Una buona cristiana, questo è, — rispose, con tutt'altro significato di quello che si sarebbe potuto intendere, don Peppino. Con la scusa ch'era proprietaria della casa, la marchesa D'Avanzo si faceva servire continuamente dalla gente del cortile; a don Peppino, per i materassi, metteva in mano una miseria; Rosa, poi, era sempre a sua disposizione per le lenzuola grandi, anche se le ossa le bruciavano si doveva alzare per servire la marchesa; è vero che le figlie gliele aveva fatte chiudere lei, e così aveva salvato due anime dai pericoli di questo mondo, che pei poveri sono tanti, ma per quel terraneo, dove tutti si erano ammalati, si pigliava tremila lire, non una di meno.
— Il cuore ci sarebbe, sono i soldi che mancano, — amava ripetere con una certa flemma. — Oggi, caro don Peppino, i signori siete voi, che non avete pensieri... Ringraziate... ringraziate la Provvidenza, che vi ha messo in questa condizione... che vi ha voluto salvare... —
Donna Rosa aveva una specie di adorazione per la marchesa, per i suoi sentimenti religiosi: quando si vedevano, parlavano sempre dell'altra vita. La marchesa ci credeva poco, ma non lo diceva, ed esortava quella madre di famiglia a pazientare e sperare. Dal letto, donna Rosa chiese, un po' preoccupata: — Le hai parlato?
— Vuole fare il materasso al nipote, — fece don Peppino annoiato. Portò fuori il treppiede col fornello per scaldare un po' di caffè, regalo delle monache, e rientrò ancora per prendere dell'acqua in un pentolino. — Non glielo faccio per meno di cinquecento, — disse.
— È un prezzo giusto.
— E allora, chi va a ritirare gli occhiali di Eugenia? — domandò zi' Nunzia uscendo dallo sgabuzzino. Aveva, sopra la camicia, una gonna scucita, ai piedi le ciabatte. Dalla camicia, le uscivano le spalle puntute, grige come pietre. Si stava asciugando la faccia in un tovagliolo.
— Io, per me, non ci posso andare, e Rosa è malata...
Senza che nessuno li vedesse, i grandi occhi quasi ciechi di Eugenia si riempirono di lacrime. Ecco, forse sarebbe passata un'altra giornata senza che avesse i suoi occhiali. Andò vicino al letto della madre, abbandonò le braccia e la fronte sulla coperta, in un atteggiamento compassionevole.
Una mano di donna Rosa si allungò a carezzarla. — Ci vado io, Nunzia, non vi scaldate... anzi, uscire mi farà bene...
— Mammà... Eugenia le baciava una mano.

Alle otto, c'era una grande animazione nel cortile. Rosa era uscita in quel momento dal portone, alta figura allampanata, col cappotto nero, senza spalline, pieno di macchie e corto da scoprirle le gambe simili a bastoncini di legno, la borsa della spesa sotto il braccio, perché al ritorno dall'occhialaio avrebbe comprato il pane. Don Peppino, con una lunga scopa in mano, stava togliendo l'acqua di mezzo al cortile, fatica inutile perché il mastello ne dava continuamente, come una vena aperta. Là dentro c'erano i panni di due famiglie: le sorelle Greborio, del primo piano, e la moglie del cavaliere Amodio, che aveva avuto un bambino due giorni avanti. Era appunto la serva della Greborio, Lina Tarallo, che stava sbattendo i tappeti a un balconcino, con un fracasso terribile. La polvere scendeva a poco a poco, mista a vera immondizia, come una nuvola, su quella povera gente ma nessuno ci faceva caso. Si sentivano strilli acutissimi, pianti: era zi' Nunzia, che dal basso, chiamava a testimoni tutti i santi per affermare ch'era stata una disgraziata, e la causa di tutto questo era Pasqualino che piangeva e urlava come un dannato perché voleva andare dietro alla mamma.
— Vedetelo, questo sforcato! — gridava zi' Nunzia. — Madonna bella, fatemi la grazia, fatemi morire, ma subito, se ci state, tanto in questa vita non stanno bene che i ladri e le male femmine –.
Teresella, più piccola di suo fratello, perché era nata l'anno che il re era andato via, seduta sulla soglia di casa, sorrideva, e, ogni tanto, leccava un cantuccio di pane che aveva trovato sotto una sedia. Seduta sullo scalino di un altro basso, quello di Mariuccia la portinaia, Eugenia guardava un pezzo di giornale per ragazzi, ch'era caduto dal terzo piano, con tante figurine colorate. Ci stava col naso sopra, perché se no non leggeva le parole. Si vedeva un fiumiciattolo azzurro, in mezzo a un prato che non finiva mai, e una barca rossa che andava... andava... chissà dove. Era scritto in italiano, e per questo lei non capiva troppo, ma ogni tanto, senza un motivo, rideva.
— Così, oggi ti metti gli occhiali? — disse Mariuccia, affacciandosi alle sue spalle.
Tutti, nel cortile, lo sapevano, e perché Eugenia non aveva resistito alla tentazione di raccontarlo, e anche perché zi' Nunzia aveva trovato necessario far capire che, in quella famiglia, lei spendeva del suo... e che insomma...
— Te li ha fatti la zia, eh? — soggiunse Mariuccia, sorridendo bonariamente. Era una donna piccola, quasi nana, con un viso da uomo, pieno di baffi. In quel momento si stava pettinando i lunghi capelli neri, che le arrivavano al ginocchio: una delle poche cose che attestassero che era anche una donna. Se li pettinava lentamente, sorridendo coi suoi occhietti di topo, furbi e buoni.
— Mammà li è andati a ritirare a Via Roma, — disse Eugenia con uno sguardo di gratitudine.
— Li abbiamo pagati ottomila lire, sapete? Vive vive... La zia è... — stava aggiungendo "proprio buona", quando zi' Nunzia, affacciandosi al basso, chiamò inviperita: — Eugenia!
— Eccomi qua, zia! — e corse come un cane. Dietro la zia, Pasqualino, tutto rosso e sbalordito, con una smorfia terribile, tra lo sdegno e la sorpresa, aspettava.
— Vammi a comprare due caramelle da tre lire l'una, da don Vincenzo il tabaccaio. Torna subito!
— Sì, zia.

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