Un paio di occhiali - pag 6


— Di' a papà, — proseguiva intanto la marchesa, — che pel materasso del bambino oggi non se ne fa niente. Mi ha telefonato mia cugina, starò a Posillipo tutto il giorno.
— Io pure, una volta, ci sono stata... — cominciava Eugenia, rianimandosi a quel nome e guardando, incantata, da quella parte.
— Sì? veramente? — La D'Avanzo era indifferente, per lei quel nome non significava nulla. Con tutta la maestà della sua persona, accompagnò la bambina, che ancora si voltava verso quel punto luminoso, alla porta che chiuse adagio alle sue spalle. Fu mentre scendeva l'ultimo gradino, e usciva nel cortile, che quell'ombra che le aveva oscurato la fronte da qualche momento scomparve, e la sua bocca s'aperse a un riso di gioia, perché Eugenia aveva visto arrivare sua madre. Non era difficile riconoscere la sua logora, familiare figura. Gettò il vestito su una sedia, e le corse incontro.
— Mammà! Gli occhiali!
— Piano, figlia mia, mi buttavi a terra!
Subito, si fece una piccola folla intorno. Donna Mariuccia, don Peppino, una delle Greborio, che si era fermata a riposarsi su una sedia prima di cominciare le scale, la serva di Amodio che rientrava in quel momento, e, inutile dirlo, Pasqualino e Teresella, che volevano vedere anche loro, e strillavano allungando le mani. Nunziata, dal canto suo, stava osservando il vestito che aveva tolto dal giornale, con un viso deluso.
— Guardate, Mariuccia, mi sembra roba vecchia assai... è tutto consumato sotto le braccia! — disse accostandosi al gruppo.
Ma chi le badava? In quel momento, donna Rosa si toglieva dal collo del vestito l'astuccio degli occhiali, e con cura infinita lo apriva. Una specie d'insetto lucentissimo, con due occhi grandi grandi e due antenne ricurve, scintillò in un raggio smorto di sole, nella mano lunga e rossa di donna Rosa, in mezzo a quella povera gente ammirata.
— Ottomila lire... una cosa così! — fece donna Rosa guardando religiosamente, eppure con una specie di rimprovero, gli occhiali. Poi, in silenzio, li posò sul viso di Eugenia, che estatica tendeva le mani, e le sistemò con cura quelle due antenne dietro le orecchie.
— Mo ci vedi ? — domandò accorata. Eugenia, reggendoli con le mani, come per paura che glieli portassero via, con gli occhi mezzo chiusi e la bocca semiaperta in un sorriso rapito, fece due passi indietro, così che andò a intoppare in una sedia.
— Auguri! — disse la serva di Amodio.
— Auguri! — disse la Greborio.
— Sembra una maestra, non è vero? — osservò compiaciuto don Peppino.
— Neppure ringrazia! — fece zi' Nunzia, guardando amareggiata il vestito. — Con tutto questo, auguri!
— Tiene paura, figlia mia! — mormorò donna Rosa, avviandosi verso la porta del basso per posare la roba. — Si è messi gli occhiali per la prima volta! — disse alzando la testa al balcone del primo piano, dove si era affacciata l'altra sorella Greborio.
— Vedo tutto piccolo piccolo, — disse con una voce strana, come se venisse di sotto una sedia, Eugenia. — Nero nero.
— Si capisce; la lente è doppia. Ma vedi bene? — chiese don Peppino. — Questo è l'importante. Si è messi gli occhiali per la prima volta, — disse anche lui, rivolto al cavaliere Amodio che passava con un giornale aperto in mano.
— Vi avverto, — disse il cavaliere a Mariuccia, dopo aver fissato per un momento, come fosse stata solo un gatto, Eugenia, — che la scala non è stata spazzata... Ho trovato delle spine di pesce davanti alla porta! — E si allontanò curvo, quasi chiuso nel suo giornale, dove c'era notizia di un progetto-legge per le pensioni, che lo interessava.
(il quartiere con gli occhiali)
Eugenia, sempre tenendosi gli occhiali con le mani, andò fino al portone, per guardare fuori, nel vicolo della Cupa. Le gambe le tremavano, le girava la testa, e non provava più nessuna gioia. Con le labbra bianche voleva sorridere, ma quel sorriso si mutava in una smorfia ebete. Improvvisamente i balconi cominciarono a diventare tanti, duemila, centomila; i carretti con la verdura le precipitavano addosso; le voci che riempivano l'aria, i richiami, le frustate, le colpivano la testa come se fosse malata; si volse barcollando verso il cortile, e quella terribile impressione aumentò. Come un imbuto viscido il cortile, con la punta verso il cielo e i muri lebbrosi fitti di miserabili balconi; gli archi dei terranei, neri, coi lumi brillanti a cerchio intorno all'Addolorata; il selciato bianco di acqua saponata, le foglie di cavolo, i pezzi di carta, i rifiuti, e, in mezzo al cortile, quel gruppo di cristiani cenciosi e deformi, coi visi butterati dalla miseria e dalla rassegnazione, che la guardavano amorosamente. Cominciarono a torcersi, a confondersi, a ingigantire. Le venivano tutti addosso, gridando, nei due cerchietti stregati degli occhiali.
Fu Mariuccia per prima ad accorgersi che la bambina stava male, e a strapparle in fretta gli occhiali, perché Eugenia si era piegata in due e, lamentandosi, vomitava.
— Le hanno toccato lo stomaco! — gridava Mariuccia reggendole la fronte. — Portate un acino di caffè, Nunziata!
— Ottomila lire, vive vive! — gridava con gli occhi fuor della testa zi' Nunzia, correndo nel basso a pescare un chicco di caffè in un barattolo sulla credenza; e levava in alto gli occhiali nuovi, come per chiedere una spiegazione a Dio. — E ora sono anche sbagliati!
— Fa sempre così, la prima volta, — diceva tranquillamente la serva di Amodio a donna Rosa. — Non vi dovete impressionare; poi a poco a poco si abitua. — È niente, figlia, è niente, non ti spaventare! —
Ma donna Rosa si sentiva il cuore stretto al pensiero di quanto erano sfortunati.
Tornò zi' Nunzia col caffè, gridando ancora: — Ottomila lire, vive vive! — intanto che Eugenia, pallida come una morta, si sforzava inutilmente di rovesciare, perché non aveva più niente. I suoi occhi sporgenti erano quasi torti dalla sofferenza, e il suo viso di vecchia inondato di lacrime, come istupidito. Si appoggiava a sua madre e tremava.
— Mammà, dove stiamo?
— Nel cortile stiamo, figlia mia, — disse donna Rosa pazientemente; e il sorriso finissimo, tra compassionevole e meravigliato, che illuminò i suoi occhi, improvvisamente rischiarò le facce di tutta quella povera gente.
— È mezza cecata!
— È mezza scema, è! — Lasciatela stare, povera creatura, è meravigliata, — fece donna Mariuccia, e il suo viso era torvo di compassione, mentre rientrava nel basso che le pareva più scuro del solito.
Solo zi' Nunzia si torceva le mani: Ottomila lire, vive vive!

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