Ragazzi di vita - pag 3


Dietro il Ponte Bianco non c'erano case ma tutta una immensa area da costruzione, in fondo alla quale, attorno al solco del viale dei Quattro Venti, profondo come un torrente, si stendeva calcinante Monteverde. Il Riccetto e Marcello si sedettero sotto il sole su un prato lì presso, nero e spelato, a guardare gli Apai che fregavano la gente. Dopo un po' però giunse al Ponte il gruppo dei giovanotti coi sacchi pieni di formaggi. Gli Apai fecero per fermarli, ma quelli li presero di petto, cominciarono a litigare di brutto con certe facce che gli Apai pensarono ch'era meglio lasciar perdere: lasciarono ai giovanotti la roba loro, e restituirono pure a Marcello e agli altri che s'erano accostati di brutto quello che gli avevano fregato. Saltando dalla soddisfazione e facendo i calcoli di quello che c'avrebbero guadagnato, il Riccetto e Marcello presero la strada di Donna Olimpia, e pure tutti gli altri si dispersero. Al Ponte Bianco, con gli Apai, restò solo l'odore della zozzeria riscaldata dal sole.
Sullo spiazzo di terra battuta sotto il Monte di Splendore, una gobba di due o tre metri che toglieva alla vista Monteverde e il Ferrobedò, e, all'orizzonte, la linea del mare, quando i ragazzini s'erano ormai stufati di giocare, un sabato, alcuni giovanotti più anziani si misero sotto la porta col pallone tra i piedi. Formarono un cerchio e cominciarono a fare del palleggio, colpendo la palla col collo del piede, in modo da farla scorrere raso terra, senza effetto, con dei bei colpetti secchi. Dopo un po' erano tutti bagnati di sudore, ma non si volevano togliere le giacche della festa o i maglioni di lana azzurra con le strisce nere o gialle, a causa dell'aria tutta casuale e scherzosa con cui s'erano messi a giocare. Ma siccome i ragazzini che stavano lì intorno avrebbero forse potuto pensare che facevano i fanatici a giocare sotto quel sole, così vestiti, ridevano e si sfottevano, in modo però da togliere qualsiasi voglia di scherzare agli altri. Tra i passaggi e gli stop si facevano due chiacchiere.
– Ammazzete quanto sei moscio oggi, Alvà! – gridò un moro, coi capelli infracicati di brillantina. – 'E donne, – disse poi, facendo una rovesciata.
– Vaffan..., – gli rispose Alvaro, con la sua faccia piena d'ossa, che pareva tutta ammaccata, e un capoccione che se un pidocchio ci avesse voluto fare un giro intorno sarebbe morto di vecchiaia. Cercò di fare una finezza colpendo il pallone di tacco, ma fece un liscio, e il pallone rotolò lontano verso il Riccetto e gli altri che se ne stavano sbragati sull'erba zozza. Agnolo il roscetto si alzò e senza fretta rilanciò il pallone verso i giovanotti.
– Mica se vole sprecà, sa', – gridò Rocco riferendosi a Alvaro, – stasera ce stanno da incollà li quintali.
– Vanno a tubbature, – disse Agnolo agli altri.
In quel momento suonarono al Ferrobedò e alle altre fabbriche lontane, giù verso Testaccio, il Porto, San Paolo, le sirene delle tre. Il Riccetto e Marcello si alzarono e senza dir niente a nessuno se ne andarono giù per via Ozanam, e locchi locchi, sotto il solleone, se la fecero a fette fino al Ponte Bianco, per attaccarsi al 13 o al 28. Avevano cominciato col Ferrobedò, avevano continuato con gli Americani, e adesso andavano a cicche. È vero che il Riccetto per un po' di tempo aveva lavorato: era stato preso a fare il pischello al servizio delle camionette da uno di Monteverde Nuovo. Ma poi aveva rubato al padrone mezzo sacco, e quello l'aveva mandato a spasso. Così passavano i pomeriggi a far niente, a Donna Olimpia, sul Monte di Casadio, con gli altri ragazzi che giocavano nella piccola gobba ingiallita al sole, e più tardi con le donne che venivano a distenderci i panni sull'erba bruciata. Oppure andavano a giocare al pallone lì sullo spiazzo tra i Grattacieli e il Monte di Splendore, tra centinaia di maschi che giocavano sui cortiletti invasi dal sole, sui prati secchi, per via Ozanam o via Donna Olimpia, davanti alle scuole elementari Franceschi piene di sfollati e di sfrattati. Ponte Garibaldi, quando il Riccetto e Marcello c'arrivarono zompando giù dai respingenti, era tutto vuoto sotto il sole africano: però sotto i suoi piloni, il Ciriola formicolava di bagnanti. Il Riccetto e Marcello, soli in tutto il ponte, con la scucchia sulla spalletta di ferro arroventato, si stettero per un pezzo a guardare i fiumaroli che prendevano il sole sul galleggiante, o giocavano a carte, o facevano il correntino. Poi dopo aver litigato un po' sull'itinerario, si riattaccarono al vecchio tram mezzo vuoto che scricchiolando e raschiando andava verso San Paolo. Alla stazione di Ostia si fermarono camminando a pecorone tra i tavolini dei bar, presso il giornalaio e le bancarelle o tra le passarelle della biglietteria a raccogliere un po' di mozzoni. Ma già s'erano stufati, il caldo faceva mancare il respiro, e guai se non ci fosse stato quel po' d'arietta che veniva dal mare.
– A Riccè, – fece mezzo incazzato Marcello, – perché nun s'annamo a fa' er bagno pure noi?
– E annamoce, – fece con la bocca storta e alzando le spalle il Riccetto.
Dietro il Parco Paolino e la facciata d'oro di San Paolo, il Tevere scorreva al di là di un grande argine pieno di cartelloni: e era vuoto, senza stabilimenti, senza barche, senza bagnanti, e a destra era tutto irto di gru, antenne e ciminiere, col gasometro enorme contro il cielo, e tutto il quartiere di Monteverde, all'orizzonte, sopra le scarpate putride e bruciate, con le sue vecchie villette come piccole scatole svanite nella luce. Proprio lì sotto c'erano i piloni di un ponte non costruito con intorno l'acqua sporca che formava dei mulinelli, la riva verso San Paolo era piena di canneti e di fratte. Il Riccetto e Marcello vi scesero in mezzo di corsa e arrivarono sotto il primo pilone, sull'acqua. Ma il bagno se lo fecero più a mare, un mezzo chilometro più in giù, dove il Tevere cominciava una lunga curva.

 

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